Io sono Joe

Quarta di copertina:

Dopo una tremenda guerra contro un popolo alieno, gli umani ne escono sconfitti e si ritrova a vivere in basi sotterranee.

Joe, cresciuto in una di quelle basi, si ritrova solo ed inizia il suo viaggio attraverso quei territori selvaggi, invasi dagli alieni, in cerca di altre basi della resistenza, per unirsi a loro e combattere i reptilyans.

Durante il viaggio incontra due membri della resistenza, con i quali attaccano un avamposto alieno nel tentativo di liberare alcuni prigionieri umani.

Si mettono in viaggio per tornare alla base dei due, insieme ad un terzo uomo trovato in quell’avamposto, un prigioniero di guerra catturato dai reptilyans e appartenente all’esercito degli Stati Uniti d’America.

Durante il viaggio verso la base della resistenza, incontrano un maestro reptilyans.

Il quale stava cercando Joe da anni, dicendo che il ragazzo fosse il figlio di un cavaliere reptilyans, destinato a combattere l’imperatore alieno e distruggerlo.

Tramite il maestro, Joe e i suoi amici vengono informati sulla reale situazione della guerra.

L’impero reptilyans ha conquistato gran parte della galassia e la guerra non è limitata solo al pianeta Terra, ma sta impegnando tutta la galassia.

Primo capitolo

I condotti d’areazione di questa astronave sono davvero stretti, più di quello che ho considerato prima di imbarcarmi in questa missione.

Devo camminare rannicchiato trascinando la borsa con l’esplosivo dietro di me e cercando di fare il minor rumore possibile.

Sto percorrendo questi condotti ormai da circa un’ora, mi resta difficile orientarmi, i reptilyans non hanno messo delle segnaletiche all’interno per indicare la via. Ci sono solo alcune targhe per indicare il settore dell’astronave in cui ci si trova e che appaiono raramente. Ovviamente, per mia sfortuna, sono in caratteri alieni.

Ed io che sono lì dentro perché devo raggiungere la sala motori; oltretutto i condotti sono scarsamente illuminati, riesce ad entrare un po’ di luce solo attraverso delle grate che danno su corridoi o cabine.

Comunque, tanto per non perdere la concentrazione, il mio piano è quello di raggiungere la sala motori, trovare il nucleo di energia che alimenta l’intera astronave, piazzare delle cariche esplosive, avviare il timer e scappare verso i gusci di salvataggio prima che quell’orrenda macchina da guerra esploda.

Dovrei dire che salire a bordo è stata la parte più semplice di tutto il piano. Approfittando del buio, la notte precedente, mi sono addentrato in una base aliena a terra, da dove decollano le navicelle da carico, quelle che fanno i loro viaggi tra la superficie e l’astronave stessa.

Mi ero nascosto all’interno di una cassa tutto il tempo. Raggiunta la stiva dell’astronave, ero uscito dalla cassa ed ero entrato nei condotti d’areazione, prima, però, avevo chiesto indicazioni ad un reptilyans che avevo incontrato lungo il cammino.

Quel poveraccio mi aveva dato le indicazioni per trovare la sala motori, fu veramente gentile con me, peccato che si trovò col collo spezzato e chiuso poi in un’altra cassa. Di certo, non potevo lasciarlo andare in giro per l’astronave a dire che un infiltrato umano si aggirava al suo interno, e, comunque, un reptilyans in meno non avrebbe turbato nessuno, da un certo punto di vista.

Finalmente, con un pizzico di fortuna, ho raggiunto la sala motori.

È una sala immensa, piena di apparecchiature e tubazioni, diverse console per il controllo di tutta l’astronave e il pavimento lucido di colore scuro.

Sei reptilyans controllano i monitor delle console. Li sto osservando da una grata del condotto d’areazione all’altezza del pavimento.

Cerco di individuare la posizione del nucleo, ma dal mio punto di osservazione non si riesce a vederlo.

Devo attendere il momento giusto per entrare nella sala, senza che i reptilyans si accorgano di me.

Ne approfitto per controllare la grata, vedo che è a incastra su tre lati, mentre la parte superiore è fissata ad una cerniera per permetterne l’apertura.

Per guadagnare tempo, decido di mettermi a lavorare sugli incastri, con molta calma per non far rumore. Nel frattempo, i reptilyans procedono nel loro lavoro, totalmente ignari della mia presenza.

Quelle creature sono piuttosto lontane da me e, una volta aperta la grata, potrei entrare nella sala, sgattaiolare al suo interno, fino a raggiungere una colonna che si trova a pochi metri da me, dove potrei nascondermi.

Con molta calma sono riuscito a sbloccare gli incastri della grata e posso fare il mio ingresso all’interno della sala motori.

I reptilyans non mi hanno sentito, quindi mantengo un netto vantaggio. Apro leggermente la grata e faccio entrare la borsa con gli esplosivi, poi entro nella sala, muovendomi con attenzione, senza fare rumore.

Sono dentro.

Prendo la borsa e, camminando accovacciato, mi avvicino alla colonna che ho individuato poco prima. Da qui, ho buona visuale su tutta la sala e posso controllare i movimenti dei reptilyans, visto che mi trovo proprio dietro ad una delle console di comando.

Mi sporgo leggermente col capo e vedo in fondo alla stanza un’apertura che porta ad una sala che sembra decisamente più grande e più illuminata di quella in cui mi trovo. Pensando che sia la stanza che contiene il nucleo di energia, mi incammino in quella direzione, accovacciato e coperto dalle console. Così facendo, i reptilyans non mi potranno vedere.

Arrivo in fondo alla fila di console.

Mi trovo di fronte a quell’apertura e uno spazio vuoto di circa cinque metri mi separano dal mio obiettivo. Tengo d’occhio i reptilyans, devo trovare il momento giusto per scattare verso quella sala senza che mi notino.

I reptilyans lavorano in coppia alle console, due di loro si avvicinano agli altri quattro e iniziano a parlare tra loro.

Non riesco a capire cosa stiano dicendo, si stanno esprimendo nella loro lingua originale, che per noi è totalmente incomprensibile, simile a suoni gutturali.

Comunque, questo è il momento per scattare, visto che mi stanno dando le spalle e sono concentrati nei loro discorsi.

Senza pensarci troppo, scatto e corro fin dentro la sala, muovendomi con passi felpati.

Appena entrato, mi getto alla mia sinistra, dietro la parete che divide le due sale. Attendo alcuni istanti prima di guardare all’interno, trattengo il respiro sperando che non arrivi nessuno.

Mi volto verso l’interno della sala e capisco che sono dove dovrei essere. Davanti a me, a circa quindici metri, c’è il nucleo di energia che stavo cercando.

Il nucleo è una sfera di diversi metri di diametro, credo almeno una decina di metri o forse più, è di colore arancione con delle striature nere e bianche; ruota su sé stesso sia sull’asse orizzontale e che su quello verticale; si trova ad alcuni centimetri da un basamento in metallo, dal quale partono delle canalette che terminano in quadri elettrici.

Vista la situazione del nucleo, avrei appoggiato su quel basamento le cariche esplosive, proprio sotto la sfera. L’esplosione avrebbe potuto creare una reazione al nucleo rendendolo instabile e facendolo esplodere, almeno secondo la mia teoria.

Onestamente non ho la più pallida idea se il mio piano possa funzionare o meno, però vale la pena tentare, e comunque ormai sono salito a bordo di quell’astronave e devo andare fino in fondo.

Mi guardo intorno e, constatato che ho strada libera, entro in azione avvicinandomi al nucleo per poi posizionarmi sul retro, in modo da rimanere nascosto, qualora qualcuno entrasse nella sala.

Quello che mi colpisce subito è che il nucleo non emana calore, al tatto è freddo, gelido direi e la luce che emana non è forte, si può osservare quella sfera senza problemi.

Sorvolo su quei dettagli e mi metto subito al lavoro. Prendo l’esplosivo dalla borsa. Ho circa dieci chilogrammi di plastico C4 da piazzare, sistemare i collegamenti alle cariche e collegare il timer.

Sistemo i panetti di plastico sul basamento, proprio sotto al nucleo, distanziati di alcuni centimetri gli uni dagli altri per colpire una superficie più ampia del nucleo, e preparo i collegamenti con il cavo che ho portato.

Impiego poco tempo per preparare il tutto, ho già predisposto il sistema prima di imbarcarmi in questa missione. Devo solo sistemare l’esplosivo.

Di tanto in tanto lancio un’occhiata verso l’ingresso alla sala per assicurarmi che non arrivi nessuno.

I panetti ora sono collegati e pronti per fare il loro lavoro. Prendo il timer dalla borsa e lo collego ai terminali che vengono dall’esplosivo. Inserisco la batteria al timer e lo accendo. Ora devo solamente impostare il tempo di ritardo per innescare l’esplosivo.

L’astronave è immensa, almeno dieci chilometri di diametro e trecento metri di altezza, quindi sarebbe esploso un settore per volta, sempre secondo la mia teoria.

In pratica, dovrei impostare un tempo necessario per permettermi di allontanarmi dal settore della sala macchine, considerando eventuali imprevisti, aggiungendo un tempo minimo per raggiungere un guscio di salvataggio, che non so dove si trovi.

Sto facendo dei calcoli mentali, mentre osservo il timer, dove sta lampeggiando il display che visualizza il tempo.

Quel lampeggio sembra voglia mettermi fretta.

Da come lampeggia, sembra ansioso di iniziare a scandire il tempo che lo separa dal suo attuale stato di quiete al successivo stato di distruzione.

Taglio la testa al toro e senza pensarci oltre, imposto venti minuti di tempo. Imposto anche il cronometro sul mio orologio che porto al polso per essere sincronizzato con l’esplosivo, ma decido di impostare un minuto in meno.

Tutto è pronto, devo solo avviare il timer e andarmene da quell’astronave il più presto possibile. Mi guardo ancora intorno e premo con decisione il pulsante di start.

Il timer entra subito in azione e devo farlo anche io.

Mi allontano dal nucleo per avvicinarmi all’ingresso della sala. Lancio un’occhiata alla sala che sta dall’altra parte.

I reptilyans stanno ancora discutendo davanti alla console, come li ho lasciati alcuni minuti prima.

Con passo felpato scatto verso la fila di console, dove mi ero nascosto in precedenza. Sarei tornato al condotto d’areazione, per proseguire fino alla prima cabina dell’equipaggio che avrei incontrato lungo il percorso.

Corro veloce e rannicchiato dietro la fila di console fino a raggiungere il condotto d’areazione. Entro all’interno e senza prestare troppa attenzione alla grata dietro le mie spalle, mi addentro alla ricerca della prossima via di fuga, percorrendo il percorso fatto precedentemente al contrario.

Raggiungo una grata che dà su di un corridoio, cerco di guardare attraverso le fessure, sembra vuoto al momento. Pensando che mi possa velocizzare la fuga passando di lì, sblocco la grata per poter accedere a quel corridoio.

Non ho la minima idea di dove mi trovi, ma per il momento è necessario andare nella direzione contraria alla sala macchine, questo è fin troppo semplice da comprendere.

Mi metto a correre all’interno del corridoio, cercando di individuare la via per trovare i gusci di salvataggio. Arrivo in fondo al corridoio, dove si divide in due vie, ma non ci sono indicazioni, neanche le targhe del settore.

«Avessi una monetina» borbotto mentre decido sul da farsi.

Trovandomi in mano alla sorte e non conoscendo bene quella nave, decido di muovermi verso il corridoio che si trova alla mia destra e torno a correre al suo interno.

Il corridoio arriva ad una curva a novanta gradi. Voltato l’angolo mi trovo di fronte un reptilyans che passa di lì, diciamo per caso.

La creatura mi guarda sorpresa. Di certo non si aspettava di incontrare un umano gironzolare per la sua astronave tutto solo e libero. Mi fermo di scatto a quella visione e sorrido a quell’essere.

«Salve! Come andiamo?» gli dico sorridendo e sfregando le mani sui miei fianchi.

Lui non ricambia il sorriso e neanche il saluto.

«Umano! Cosa ci fai qui?» grida allarmato.

Lascia cadere a terra la cartella che tiene stretta in mano, e, dopo aver assunto una postura atletica, sferra con forza e decisione un pugno verso di me. Riesco a fermare quel pugno con la mano e lo fisso negli occhi.

«Sei forte per essere solo un umano» dice mentre cerco di resistere alla sua forza.

«I gusci di salvataggio… dove si trovano?» domando senza esitazione.

Cerca di sferrare un secondo pugno con l’altra mano, ma con prontezza fermo anche questo. Inizio a stringere con forza i suoi pugni che ho tra le mie mani.

«I gusci… dove di trovano?» domando mentre la creatura si sta piegando sulle ginocchia per il dolore che gli sto procurando alle mani.

Ormai è quasi in ginocchio, a terra, e vedo un’espressione di sofferenza sul suo volto verde e squamoso.

«Da… da quella parte… a circa… duecento metri… troverai la sala con i gusci»dice in preda al dolore e indicando con la testa la direzione da prendere.

Muovo lo sguardo verso la direzione che mi sta indicando, senza però lasciare la presa delle sue mani. Tornato con lo sguardo su di lui, allento leggermente la stretta invitandolo ad alzarsi in piedi.

Gli lascio andare una mano e lo colpisco allo stomaco con una tale forza da sollevarlo di qualche centimetro da terra, per poi afferrarlo al mento e avvicinarmi al suo volto.

«Non sono… umano» gli dico guardandolo negli occhi.

Con uno scatto, spingo la sua testa fino a batterla sulla parete che si trova dietro di lui. Lascio andare la sua testa, mentre la creatura scivola verso il pavimento, privo di sensi, lasciando una scia di sangue verde sulla parete.

Corro nella direzione che mi ha detto la creatura, mancano poco meno di quindici minuti all’esplosione e devo affrettarmi.

Percorro i duecento metri senza incontrare nessuno, arrivo ad una sala dove si trovano i gusci di salvataggio.

Sono circa un centinaio di gusci disposti l’uno di fianco all’altro sulle pareti della sala stessa. Mi avvicino al primo guscio, quello più vicino a me, dopo aver lanciato un’occhiata alle mie spalle per controllare che nessuno arrivi.

Entro e accendo i comandi. Mi allaccio le cinture di sicurezza alle gambe, poi allaccio quelle che stanno all’altezza del busto e delle spalle.

Lancio un’occhiata al cronometro e vedo che restano meno di dodici minuti dall’esplosione.

Con un pugno, premo con forza il pulsante di espulsione. Il portello del guscio si chiude rapidamente e dopo un paio di secondi si accendono i razzi.

Il guscio parte di scatto e con violenza facendomi saltare il cuore in gola.

Il guscio sta scendendo in verticale, a gran velocità. Mi sento schiacciare verso l’alto, riesco a malapena a muovere il braccio per controllare l’orologio che mostra il timer della bomba. Restano all’esplosione circa dieci minuti e il tempo scorre in fretta.

Il condotto di espulsione curva leggermente verso l’alto e il guscio continua a viaggiare ad alta velocità al suo interno. Alcuni secondi dopo, il guscio si trova fuori dall’astronave.

La posso vedere sopra ai miei occhi, mentre all’interno del mio guscio sfreccio a gran velocità, puntando verso la superficie.

Mi sto allontanando dall’astronave, a bordo di quel guscio che vibra all’impazzata, quando vedo il bordo esterno dell’astronave e finalmente posso vedere il cielo scuro sopra di me.

L’impatto al suolo è davvero violento. Il guscio tocca terra e rimbalza più volte, fino ad andare a schiantarsi tra le macerie di un vecchio edificio.

Il portello schizza via a qualche metro di distanza, dopo alcuni secondi che mi sono fermato. Indolenzito e frastornato a causa della caduta, slaccio le cinture di sicurezza ed esco dal guscio.

Sono finito tra le macerie di una vecchia città. Tutto intorno a me ci sono edifici anneriti e abbandonati da anni, ormai in rovina e senza vetri alle finestre, vecchi rottami di automobili coperti dalla polvere e alcuni mezzi militari distrutti durante la guerra.

Mi volto verso l’astronave.

Sono lontano diversi chilometri e il timer dice che mancano pochi secondi all’esplosione. Mi appoggio a delle macerie, incrocio le braccia sul petto, e mi preparo per assistere allo spettacolo che ho preparato

Osservo l’astronave e controllo il timer del mio orologio con eccitazione, contando i secondi che mancano all’esplosione.

Meno di cinque secondi.

Quattro, tre, due, uno.

Dal centro dell’astronave si vede un lampo. Fumo e fiamme escono dal fondo dell’astronave, proprio nel punto in cui ho piazzato la carica.

A mano a mano, le esplosioni si spostano dal centro verso l’esterno dello scafo dell’astronave. Il mezzo inizia a vibrare, lo si vede chiaramente oscillare in cielo. Dopo essersi inclinata su di un lato, inizia a perdere quota, mentre le esplosioni aumentano da tutte le parti. Sta iniziando a precipitare, lasciando dietro di sé una colonna di fumo nero.

Il mio piano ha funzionato.

Ho abbattuto un’astronave dei reptilyans ed è proprio lì, davanti ai miei occhi. Sono fiero e soddisfatto del mio operato.

Con un evidente sorriso di soddisfazione, mi alzo dalle macerie, sulle quali mi ero seduto per godermi lo spettacolo, e alzo le braccia al cielo in segno di vittoria, ruotando su me stesso, come un bambino che ha calciato la palla in rete e ha fatto goal.

Non sono mai stato così contento in vita mia.

Mi metto a fare inchini a destra e a sinistra, come se volessi ringraziare un pubblico invisibile che si sta godendo quello spettacolo che ho preparato per loro.

È in quell’istante che mi viene in mente che qualcosa non va.

Resto chinato in avanti, con lo sguardo fisso sul terreno cercando di riflettere su cosa ho notato di strano. Ho la sensazione che qualcosa non stia andando come avrei voluto, ma non riesco a comprenderlo a causa dell’euforia del momento.

/ 5
Grazie per aver votato!