John J. Kaczynski

Quarta di copertina

Evaso da un carcere di massima sicurezza, John si ritrova nuovamente in fuga dai merker.

Dopo essersi imbarcato come clandestino su di un volo commerciale, giunge sul pianeta Kepler-Prime-B dove entra in contatto con un falsario che gli procura dei documenti falsi, per andarsene senza avere problemi coi controlli di sicurezza della federazione.

Durante la visita però, viene a sapere che il suo capo Silverman ha messo una taglia sulla sua testa e che tutti i fuorilegge del sistema gli avrebbero dato la caccia.

Deciso di tornare sul suo pianeta natale per vendicarsi per quella taglia, viene catturato da un gruppo di merker che lo portano a bordo della loro astronave, per condurlo in un carcere di massima sicurezza sul sistema di Olker.

A bordo della nave una donna di nome Sarah lo aiuta a liberarsi dei merker e ad impossessarsi della nave.

Sicuro di poter raggiungere la sua destinazione, è costretto ad un atterraggio d’emergenza sulla superficie di un pianeta disabitato dove cercherà un modo per tornare sulla sua strada.

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Primo capitolo

Venni trovato quando avevo pochi giorni di vita in un cassonetto della spazzatura, con il cordone ombelicale che ancora spenzolava dal mio stomaco.

Chiunque avesse avuto l’idea di lasciarmi lì, si era anche preoccupato di attorcigliarlo attorno al mio piccolo collo.

Mia madre biologica, donna previdente, aveva subito pensato di liberarsi di me appena mi diede alla luce.

Non l’ho mai conosciuta, ma considerando ciò che ero diventato, non potevo di certo biasimarla.

Per mia sfortuna, non fui uno dei tanti bambini che venivano trovati da monaci o famiglie in grado di allevare un figlio come si deve.

Nel mio caso, furono dei criminali spaziali a trovarmi in quel cassonetto mentre andavano ad ammazzare qualcuno per soldi.

Vennero attirati dai miei lamenti e dai miei gemiti.

In fondo, a quei tempi, non sapevo ancora fare altro.

Uno di quegli uomini aprì quel cassonetto e mi trovò nascosto tra la spazzatura.

Vedendomi, piccolo ed indifeso, gli venne la brillante idea di tirarmi fuori e salvarmi per darmi una possibilità di vivere in quel pazzo mondo.

Preso da un istinto paterno che non sapeva neanche di avere, allungò le mani verso il mio piccolo corpo e mi tirò fuori da quel cassonetto della spazzatura, per poi portarmi a contatto con dell’altra spazzatura.

Certo, era meno puzzolente di quella di prima, ma rimaneva lo stesso della spazzatura.

Venni portato al loro ritrovo e, dopo avermi dato il tempo di imparare a camminare, mi insegnarono ad uccidere in tutti i modi possibili.

Mi insegnarono a combattere a mani nude, con le armi da fuoco e con la armi bianche.

Mi diedero anche delle lezioni di volo.

Si preoccuparono della mia istruzione senza tralasciare troppi dettagli, visto che si presero anche la briga di insegnarmi a leggere e a scrivere.

A tredici anni commisi il mio primo crimine.

Il capo di quei criminali, un certo Silverman, mi affidò un incarico che poteva essere alla mia portata.

Dovevo trovare un tizio che spacciava droga sintetica nel nostro territorio e al nostro giro di affari stava recando dei minimi danni, ma a lui non piaceva la concorrenza.

Così, inviarono me.

L’ordine era di entrare in contatto con quel tale, fingere di volere acquistare della droga da lui e dargli il messaggio del mio capo che lo avrebbe convinto ad andarsene.

Fiero del mio primo incarico andai a cercare quello spacciatore.

Lo trovai in un vicolo dove stava vendendo quella roba a dei ragazzi.

Mi misi in coda per aspettare il mio turno, come facevano tutti gli altri.

Per tutto il tempo tenni lo sguardo fisso sul mio bersaglio, mentre avanzavo, passo dopo passo, verso di lui.

Quel tizio era un poco di buono sulla trentina, anche se dimostrava più anni di quelli che aveva. Lo avevo già visto in giro per la strada, come lo avevo visto atteggiarsi da gangster in alcuni locali notturni controllati da Silverman stesso.

Quando fu il mio turno, mi presentai a lui chiedendo la sua droga.

Lui, ignorando chi fossi e il vero motivo della mia visita, prese una bustina di pasticche dalla tasca della giacca e ne tirò fuori una per darmela.

Rimasi immobile a fissare quella pasticca mentre lui agitava la mano per intimarmi a prenderla e a farsi pagare.

«Ho un messaggio per te» gli dissi dopo aver sollevato lo sguardo su di lui «Smetti di vendere la tua merda da queste parti e vattene finché puoi ancora farlo con le tue gambe.»

Quel tale non accolse il mio messaggio con gioia, anzi mise la pasticca che aveva intenzione di vendermi nel sacchetto che teneva nell’altra mano, per poi prendere la pistola che teneva alla cintura.

Vedendo quell’arma, afferrai il suo braccio per evitare che me la puntasse addosso, poi presi il coltello che nascondevo dietro la schiena e glielo infilai dritto nello stomaco.

Quel tizio con quel sangue che gli usciva dallo stomaco, tentò di colpirmi col calcio della pistola in testa dopo che si era riuscito a liberare della mia presa.

Mi scansai all’indietro per evitare di subire quel colpo di lato.

Quel tale si sbilanciò in avanti e ne approfittai per colpirlo alla gola con il coltello.

Quell’uomo cadde a terra in una pozzanghera di sangue.

Morì pochi istanti dopo sotto il mio sguardo innocente e quello degli altri ragazzi che si trovavano lì per la droga.

Del tutto indifferente a quel cadavere, presi la busta che custodiva le sue pasticche dalla tasca della giacca e poi presi i soldi dall’altra.

Presi il bottino di guerra e me ne andai per far ritorno dai miei salvatori, che mi accolsero caldamente per aver liberato le loro strade da quello spacciatore.

A venti anni avevo già ucciso una trentina di uomini o forse più, non ne tenevo il conto.

Divenni così famoso nell’ambiente della criminalità che ero rispettato e temuto ovunque andassi.

Divenni un assassino di professione.

Molti criminali mi ingaggiavano per eliminare altri criminali che tentavano di nuocere ai loro affari. Ed ero diventato molto bravo ad uccidere, uno dei migliori.

Ma quando si diventava famosi nell’ambiente criminale, si diveniva famosi anche per gli sbirri.

Quando fui all’apice della mia carriera, iniziarono a darmi la caccia ovunque andassi.

Dovevo continuamente guardarmi le spalle e diffidare di chiunque incontrassi.

Vista la situazione che diveniva ogni giorno sempre più difficile, fui costretto a sospendere la mia attività e cambiare città per nascondermi.

Fu in quel incontrai che i merker.

Nonostante avessi già sentito parlare di loro, non li avevo mai incontrati.

I merker erano cacciatori di taglie ed erano ovunque, in ogni città e su ogni pianeta abitato. Erano ex poliziotti o ex militari in congedo che lasciarono le loro divise per mettersi a lavorare nel settore privato.

Ben pagati dalla federazione galattica, davano la caccia ai criminali, a quelli come me.

Non avevano regole, non rispondevano a nessuno delle proprie azioni.

Cacciavano, uccidevano o catturavano, e incassavano la taglia.

Non sapevano fare altre.

Riuscirono a beccarmi quando avevo circa venti cinque anni.

Loro erano in sei ed erano sulle mie tracce da almeno tre mesi. Mi trovarono in un vecchio motel nella periferia di una delle tante città in cui cercavo di nascondermi.

Mi accerchiarono e mi arrestarono, nonostante avessi tentato di scappare.

Fui portato in un carcere di massima sicurezza, così veniva identificato quel posto, ma non rimasi a lungo.

Riuscii ad evadere dopo un paio di mesi di soggiorno.

Trascorsi gli anni successivi entrando e uscendo dai loro carceri di massima sicurezza.

Ogni volta che riuscivo ad andarmene, una squadra di merker tornava a prendermi ovunque mi trovassi, fino a quando scoprii che quei bastardi inserivano un localizzatore in tutti i carcerati.

Lo avevo dal primo carcere in cui ero stato.

Fu un dottore alcolizzato e con le mani tremolanti, che incontrai nei bassifondi di una delle tante città in cui cercavo di nascondermi, a togliermelo.

Quel dannato aggeggio era stato inserito nella mia bocca e trasmetteva la mia posizione ovunque.

Riuscii a starmene tranquillo per diversi mesi.

Non avere più addosso quel localizzatore, evitò di farmi incontrare i merker e la mia vita da fuggitivo divenne meno complicata.

Da quel momento per loro divenne più difficile trovarmi.

Per complicare ulteriormente la loro attività, mi imbarcai come clandestino a bordo di una nave cargo e mi ritrovai in un città commerciale sul pianeta Kepler-Prime-B, lontano dai merker e dagli amici che conoscevo un tempo.

Abbandonato il porto spaziale, mi ritrovai a camminare nei bassifondi di quella dannata città, tra la spazzatura ammucchiata agli angoli della strada e tra relitti umani distrutti dalla povertà e dalle droghe sintetiche.

Per mia fortuna, la pioggia insistente nascondeva la puzza che faceva da padrone per quelle strade.

Vagavo senza soldi e senza documenti, alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarmi a lasciare quel pianeta troppo piovoso per i miei gusti.

Stavo andando per la mia strada quando mi accorsi che un tizio mi stava seguendo da diverso tempo.

Certo, non potevo sapere se stesse seguendo me oppure stavamo facendo la stessa strada, ma dovevo esserne certo.

Così, mi fermai un paio di volte per osservare le sue mosse e anche lui fece lo stesso. In entrambe le occasioni si fermò e mi lanciò delle occhiate con aria indifferente.

Era senza dubbio un merker e in qualche modo era riuscito a trovarmi.

Andai avanti facendo finta di niente, quando notai che a pochi metri da me c’era un vicolo sulla destra.

Affrettai il passo e, una volta raggiunto, mi fiondai al suo interno.

Andai a nascondermi dietro una pila di cassette della frutta che erano state lasciate lì, impugnai il pugnale che avevo con me e attesi di scoprire se quel tizio era un merker o solo una persona che se ne andava per la sua strada.

Attesi svariati minuti, quando notai un’ombra avvicinarsi a me.

Un tale era entrato in quel vicolo e stava camminando lentamente verso la mia direzione.

Strinsi con forza l’impugnatura del pugnale e attesi che fosse alla mia portata.

Quando quel tale fu a pochi centimetri dal mio nascondiglio, uscii allo scoperto. Lo afferrai per la giacca e lo scagliai contro il muro dell’edificio che aveva alle sue spalle.

Gli afferrai la mano che poteva raggiungere la sua pistola e gli appoggiai la lama del pugnale alla gola.

«Sentiamo. Questa gola di chi è?» chiesi guardandolo negli occhi.

«Calmati John! Calmati e nessuno si farà del male» disse lui spaventato.

«Conosci il mio nome. Quindi sei un fottuto merker. Mi stavi dando la caccia? Sei solo o ce ne sono altri?» chiesi facendo pressione con la lama del pugnale sulla sua pelle.

«Dannazione John! Ti sto seguendo da ore. Ti seguo da quando sei sbarcato da quella nave. Devo arrestarti! Sai qual è il mio lavoro!» rispose abbassando lo sguardo sulla mano che reggeva quel pugnale «Ce ne sono diversi sulle tue tracce… ti troveranno!»

«Fammi pensare» feci io sicuro di me «Conosci questa fottuta città?»

«Certo che la conosco!» rispose abbassando lo sguardo su di me «Togli quella lama adesso!»

«No, aspetta» feci io «Prima mi servono delle informazioni. Devi dirmi dove posso trovare qualcuno che possa procurarmi dei documenti falsi.»

«Perché dovrei dirtelo? Sono qui per arrestarti, non per aiutarti nella fuga!» se ne uscì il bravo cacciatore di taglie.

«Si dà il caso che la tua gola sia appoggiata al mio pugnale e che io sia un assassino in fuga. Ti basta come spiegazione?» risposi «Dimmelo! Non farmi perdere tempo!»

«Maledizione!» esclamò battendo un piede sull’asfalto «Cerca un tale di nome Frederick. Gestisce un saloon a pochi isolati da qui» disse arrendendosi alla mia lama «Ora lasciami andare! Ti ho dato le informazioni che cercavi!»

«Come desideri» feci sorridendo.

Mi allontanai lentamente da lui e lasciai scivolare la lama del mio pugnale sulla pelle del suo collo. Un fiume di sangue uscì dal taglio che gli avevo inferto.

Il merker portò le mani sulla ferita e spalancò la bocca spaventato, ma senza gridare.

Lo guardai alcuni istanti divertito mentre barcollava di fronte a quella parete mentre copriva quella ferita con entrambe le mani. Gli diedi un calcio complendolo al fianco per buttarlo a terra per poi guardarmi intorno nascondendo quel pugnale dietro la schiena.

Visto che non c’era nessuno nei paraggi, tornai con lo sguardo su di lui.

Rimasi a fissarlo alcuni istanti, mentre rimaneva agonizzante sul terreno, e vedevo la scintilla della vita abbandonarlo goccia dopo goccia di quel sangue che gli fuoriusciva dal collo.

Non era la prima volta che assistevo a qualcosa di simile, ormai mi ero abituato, ma veder morire un merker era sempre un’emozione e uno spettacolo a cui non sapevo rinunciare.

Mi chinai sul suo corpo e pulii la lama del pugnale sul tessuto dei suoi pantaloni.

Rovistai nelle tasche della giacca e dei pantaloni in cerca di qualche soldo o altre informazioni.

Trovai quello che doveva essere il suo portafogli nella tasca interna della giacca. Lo presi e controllai il contenuto.

«Meno di due cento crediti. Miserabile» borbottai mentre prendevo quelle banconote e sfilavo via il documento di identità per poi gettarlo tra la spazzatura.

Dovevo andarmene.

I merker mi avevano trovato di nuovo.

Per quanto lontano potessi andare, loro erano sempre lì, a pochi passi da me.

Quello era uno dei tanti che mi avrebbero dato la caccia in quella dannata città.

Ero riuscito a nascondermi per diversi mesi e nemmeno scappare su di un altro pianeta era servito a qualcosa.

Dovevo trovare quel Frederick.

Dovevo trovare dei soldi e dei documenti puliti, poi sarei potuto andarmene da tutto e da tutti.

Tornai in strada e mi diressi verso il saloon che mi aveva indicato il defunto merker.

Camminavo a testa bassa per coprire il volto da quelle telecamere munite di riconoscimento facciale che ormai erano ovunque, su tutti i sistemi.

E pensare che fino a cinque minuti prima assaporavo già la libertà.

Invece, niente da fare.

In pochi istanti tornai ad essere di nuovo un fuggitivo. Una stupida preda di caccia di quei fottuti merker.

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