Liberty

Quarta di copertina

Alla deriva nello spazio, l’equipaggio dell’astronave Liberty si imbatte in un misterioso vascello, nelle sue stesse condizioni.

Pensando di poter recuperare pezzi di ricambio per la propria nave, tentano l’impossibile per raggiungerlo e abbordarlo.

Con un perfetto gioco di squadra, riesce nell’impresa.

Perlustrando l’interno del vascello, l’equipaggio della Liberty si imbatte nei cadaveri dei due piloti e in quello di un uomo appartenente al governo centrale.

Speranzosi di trovare qualcosa di valore, recuperano una valigetta impossibile da aprire e alcuni documenti criptati all’interno degli hard drive della nave.

Recuperato il tutto e i pezzi necessari per rimettersi in viaggio, la Liberty riparte con l’intento di scoprire quali segreti nasconda il governo. Incontrando hacker, malavitosi e infine un ingegnere in fuga, si immergeranno in un oceano di complotti e misteri, reperendo sempre più informazioni sui piani reali del governo.

Intenti a porre fine a quei piani, viaggeranno per l’intero Sistema Solare mettendo a rischio le proprie vite.

Primo capitolo

Ho vissuto la mia infanzia con la mia famiglia, su Europa, una delle lune che ruotavano attorno a Giove, il pianeta più grande del sistema solare. Essendo lontani dai pianeti terrestri, dove si trovava la sede del governo e il cuore della civiltà, la vita non era affatto semplice. Decenni prima, gli scienziati terresti e le compagnie aerospaziali decisero di avviare il processo di terra formazione sui satelliti principali dei giganti gassosi del sistema solare. Una volta terra formati, portarono dei coloni con capi d’allevamento, qualche attrezzo agricolo e materiali per costruire le prime case, abbandonandoli poi al loro destino.

Su quei mondi, i coloni erano costretti a vivere alla giornata arrangiandosi come meglio potevano, o, se erano fortunati, ad avere un lavoro sotto pagato e privo di condizioni di sicurezza. Alcuni, quelli più spavaldi, avviarono attività indirizzate a traffici illeciti, rapine e trasporto di fuggitivi, che permetteva loro di vivere, ma passavo gran parte della loro vita a nascondersi dagli uomini del governo e della flotta stellare, che pattugliavano quei mondi.

Mio padre era uno di quelli che avevano un pessimo lavoro, un pessimo stipendio e una pessima salute, ma almeno viveva nella legalità, non doveva nascondersi da niente e da nessuno, e non aveva alcun problema con la legge. Lavorava nella miniera di metano, risorsa di cui quella luna è ricca ed era costretto a turni assurdi e massacranti. A volte non lo vedevo per giorni, per settimane.

Quando tornava a casa era distrutto, dal lavoro e dalla vita che quella colonia gli aveva riservato. Ma in fondo, gli leggevo negli occhi che non aveva molte alternative e, nonostante tutto, accettava quella condizione. Molti dei suoi colleghi, quando uscivano dalla miniera, andavano in quei locali poco raccomandabili ad ubriacarsi e a farsi coinvolgere in stupide risse. Ma non lui, lui non era in quel modo, lui era migliore di quelle persone, lui era mio padre.

Uscito dalla miniera, correva a casa e si lasciava alle spalle tutto quello schifo, di cui non si azzardava a parlare neanche con mia madre. Veniva da noi, la sua famiglia e passava tutto il tempo che aveva a disposizione, in casa, con la mamma e con me. Non era un uomo di tante parole, anzi, riduceva molto le sue conversazioni senza dilungarsi troppo e andando dritti al senso.

«Ricorda figliolo» era solito dirmi «Il lavoro che fai … che farai … non è quello che sei, è solo l’unico mezzo che hai per continuare a vivere in questo folle mondo».

Nelle sere d’estate, era solito portarmi in cima alla collina che sorgeva dietro la nostra casa. Giunti in cima, avevamo un posticino tutto nostro, sull’erba, lontano dagli alberi, dove passavamo intere nottate in silenzio, con il naso all’insù, ad osservare le stelle. Era in quelle sere, sul tetto del mondo, che sognavo di viaggiare attraverso quelle stelle dove si immergeva il mio sguardo, fantasticando con la mente su quanti mondi inesplorati avrei potuto visitare e, magari, scoprire.

Restavamo su quella collina, finché le prime luci del giorno, comparivano per cancellare quei sogni, ricondurci alla realtà, e per interrompere quei momenti magici che trascorrevo con mio padre. Erano quelle prime luci a darci il segnale, che era arrivato il momento di tornare alle nostre vite, alla nostra casa.

Una di quelle sere, prima di sdraiarci a terra per iniziare a sognare, mio padre si avvicinò a me, si inginocchiò, appoggiò le sue mani sulle mie spalle e, guardandomi fisso negli occhi pronunciò quelle parole, che a distanza di tanti anni, ancora porto con me, nel mio cuore, nella mia anima.

«Nessuno sa cosa il destino abbia in serbo per te … neanche io che sono tuo padre … ma, penso, sai cosa ti aspetta su questa luna … quindi, ti prego, anzi no, ti supplico … fai di tutto … fai anche l’impossibile … ma trovati un’astronave, degli amici fedeli e vai … vai tra le stelle e dimenticati questo posto».

Udite quelle parole, risposi con un sorriso a quell’uomo, che mi guardava negli occhi con fiducia e speranza. Sapevo dove voleva arrivare, capivo fin troppo bene il significato delle sue parole e del motivo per cui mi portava su quella collina. Quell’uomo, distrutto dalla sua vita stessa, mi diceva solamente che non doveva essere quella la strada da intraprendere, che avrei dovuto lottare per emergere da quel mondo e uscire, nello spazio, per crearmi un mio destino.

«Ma ricorda … figlio mio … quando avrai un’astronave … assicurati sempre che possa condurti  ovunque tu voglia» concluse prima iniziare ad immergerci in quell’oceano stellato che era il cielo sopra di noi.

Passarono diversi anni da quella sera, ma presi sul serio le parole di mio padre, così sul serio che mi ritrovai a bordo di una nave spaziale. La Liberty. Una piccola nave da trasporto che avevo acquistato, insieme alla mia socia in affari Sarah, da un rivenditore su Io. Viaggiavamo per l’intero sistema solare, tenendoci a debita distanza dai pianeti centrali e dal governo, con il quale non avevamo un rapporto di amicizia. Pur di restare in volo, accettavamo qualsiasi tipo di lavoro, da quelli legali, come trasporto di passeggeri da una luna all’altra, a quelli che non venivano necessariamente considerati legali, ma venivano pagato più che bene.

Con me e Sarah viaggiavano due nostri amici d’infanzia. C’era Ellen, una svitata, che a vederla non le si dava un soldo di fiducia, ma che era un genio in meccanica, riusciva a riparare i motori di una nave anche con del filo interdentale. E poi c’era quel vecchio pazzo di Frank, una testa calda, ma la sua conoscenza delle armi veniva spesso utile. Sarah era un ottimo pilota, aveva frequentato la scuola di volo, che non aveva potuto completare poiché, insomma, il suo istruttore non aveva accettato un banale pugno sul naso e un calcio nei cosiddetti gioielli di famiglia. Infine c’ero io. Per anni avevo lavorato su diverse navi commerciali che trasportavano le merci da un mondo all’altro. Ogni volta venivo scaricato al primo porto spaziale, poiché, per farla breve, non ero predisposto a prendere ordini e i vari comandanti che avevo incontrato, non apprezzavano questa mia caratteristica.

Avevo seguito alla lettera le parole di mio padre, a parte un piccolo dettaglio, che per qualche motivo, a me sconosciuto, avevo tralasciato. Quel piccolo dettaglio, che poteva sembrare anche grande, ma nella vita, come chiunque sapeva, poteva sempre capitarti di peggio. Ma quel dettaglio, ci portò a trovarci coi motori fermi e alla deriva nello spazio, nonostante ci prendessimo cura della Liberty e non le facevamo mancare niente.

«Ellen!!! Sei riuscita a riparare quel guasto?» gridai al meccanico mentre mi avvicinavo alla sala macchine.

«Potrei riuscirci … capitano» rispose la donna mentre aveva la testa all’interno della scatola idraulica del motore «Peccato che non hai voluto comprare quei ricambi … ricordi? Ti avevo dato una lista alcune settimane fa».

Ellen aveva ragione. Ricordavo bene quella lista di ricambi. In realtà l’avevo ancora nella tasca della giacca. Ma il giorno che me la diede, su Titano, avevo ben altro a cui pensare. C’erano dei tizi che volevano crivellarmi di proiettili e nel mio tentativo di fuga, ben riuscito oltretutto, dimenticai del tutto i ricambi.

«Sei tu la responsabile della sala macchine» le urlai contro «Sei tu che devi occuparti dei ricambi».

«Smettetela di litigare» intervenne Sarah «Non cambierà la situazione in cui TU ci hai cacciati» disse putandomi il dito contro.

«Quindi adesso sarebbe colpa mia?» le risposi allargando le braccia e scambiando lo sguardo con le due donne «Ti ricordo che siamo soci al cinquanta percento … quindi … in parte … è anche colpa tua».

«Avete visto i miei biscotti al burro?» chiese Frank che comparve quasi dal nulla.

Ci voltammo tutti verso di lui, sorpresi, ma non troppo, per la sua totale indifferenza di fronte a quella situazione. Così, mi avvicinai a lui, appoggiai la mano sulla sua spalla, abbassai lo sguardo verso il pavimento e trattenendo la rabbia per la sua uscita poco pertinente con la motivazione principale del nostro litigio, tentai di parlargli.

«Frank … abbiamo i motori in avaria … non abbiamo pezzi di ricambio … siamo alla deriva nello spazio profondo da giorni … e tu … tu … pensi a dei dannati biscotti al burro????».

«Penso a sopravvivere» rispose lui alzando gli occhi verso il soffitto «Prima o poi qualcuno passerà di qui e ci darà una mano».

«Frank … amico mio» intervenne Sarah «Quale parte non hai capito delle parole “spazio profondo” … ti ricordo che abbiamo preso questa rotta per nasconderci dopo l’ultimo lavoro e che in questa parte dello spazio non passano navi???».

L’uomo rimase in silenzio per alcuni istanti. Si limitò a guardarci, a me e a Sarah, con in faccia la sua solita espressione, distratta e distaccata. Sollevò nuovamente gli occhi verso l’alto e iniziò a inclinare leggermente la testa a destra e poi a sinistra, come stesse riflettendo su ciò che gli avevamo detto.

«Scusate … lo avevo dimenticato … capisco la situazione drammatica che stiamo affrontando … ma … sapete dirmi che fine hanno fatto quei biscotti?» chiese infine lasciandoci completamente spiazzati.

Sarah divenne rossa in faccia per la rabbia, mentre, alle mie spalle, sentii Ellen che lasciò cadere a terra gli attrezzi che teneva in mano. Personalmente, avrei voluto mettere mano alla pistola, ma, purtroppo, non indossavo il cinturone quando mi trovavo a bordo della nostra nave. Così, pensai che sarebbe stato meglio riprendere in mano la situazione, prima che degenerasse, per poi ripristinare l’ordine e l’equilibrio nel mondo.

«Sarah!!» dissi alla donna «Sta calma … torna ai comandi e controlla il radar … Frank» dissi voltandomi verso l’uomo «Ripulisci la stiva …senza discutere … Ellen» dissi infine voltandomi verso il meccanico «Inventati qualcosa … non so cosa … ma … cerca di far ripartire i motori in qualche modo».

«Certo» disse Ellen sotto voce «Lo sto facendo da giorni … magari userò uno di quei biscotti al burro».

Rimasi sulla porta d’ingresso della sala macchine ad osservare Frank e Sarah che si stavano allontanando per andare a svolgere i compiti che avevo loro assegnato. Quella situazione non era proprio disperata, ne avevamo passate di peggiori, ma in quei casi era utile restare indaffarati, impegnati con la mente, per non cedere al nervosismo.

Entrai, quindi, in sala macchine e mi diressi al pannello di controllo. Diedi un’occhiata alle strumentazioni e feci un check-up del sistema. Le batterie erano cariche al massimo e i sistemi di sopravvivenza erano perfettamente funzionanti.

«Ho già fatto il check-up ore fa» disse Ellen che si era avvicinata a me.

«I sistemi di sopravvivenza sono funzionanti senza problemi e le batterie sono al massimo» risposi alla donna senza distogliere lo sguardo dal monitor del computer «C’è ancora speranza … in realtà … abbiamo solo la speranza».

«Si, hai ragione» rispose «Resteremo in vita … anche se alla deriva … finché avremo ancora del cibo e aria nei polmoni … non avremo di che preoccuparci».

«Potremo sempre … contare sui biscotti al burro di Frank».

Dette quelle parole, mi voltai verso Ellen. Ci guardammo per alcuni istanti senza dire niente, quando scoppiammo a ridere. Presi da quella situazione, non ci eravamo neanche accorti che Frank ci aveva dato la giusta distrazione per distenderci e allentare la tensione che stavamo vivendo. Frank, nel suo fare inopportuno, era stato un genio.

«Cosa avete da ridere voi due? La situazione è disperata» chiese Frank che apparve d’improvviso all’ingresso «La stiva è in ordine … vado a vedere se Sarah ha bisogno di aiuto».

E si allontanò senza aggiungere altro e senza aspettare una nostra risposta da noi che restammo ad osservarlo mentre si recava in cabina di comando.

«Ellen» dissi alla donna «Fai del tuo meglio. So che non puoi riparare il motore senza quei ricambi, ma tienici in vita il più a lungo possibile … ne usciremo, non temere».

La donna mi diede una pacca sulla spalla e tornò al suo lavoro senza aggiungere altro. Tenerci in vita era la priorità, lei lo sapeva bene, e sapeva come farlo, questo lo sapevamo bene. Inoltre, conosceva quella nave come le sue tasche, ogni circuito elettrico e idraulico. In quei momenti, non avremmo potuto lasciare le nostre vite in mani migliori.

Lasciai la sala macchine e mi diressi verso la cabina di comando, dove trovai Frank a Sarah. La donna sedeva al posto del pilota, intenta nel controllare la strumentazione, mentre Frank si era accomodato sulla poltrona del secondo pilota e stava lì senza fare niente di utile, come al solito.

«Sarah» dissi appena entrato «Trovato niente sul radar?».

«Non ancora Mike» rispose la donna senza distogliere lo sguardo dalla strumentazione «Potrei lanciare un impulso, ma non vorrei consumare troppa energia».

«Non temere, abbiamo energia a sufficienza. Prova a lanciare un impulso e vediamo se appare qualcosa» le risposi «Frank … hai trovato quei biscotti?».

«Impulso radar lanciato … e loro pensano ai biscotti» bisbigliò Sarah mentre agiva sui comandi del radar.

«Erano nella dispensa … allora? Trovato niente con l’impulso?» fece Frank mentre, comodo sulla poltrona del secondo pilota, giocherellava con dei pupazzetti di gomma, rappresentanti antichi animali che milioni di anni prima vivevano sulla Terra.

«Frank» rispose Sarah abbassando la testa «Tu lo sai come funziona un impulso radar … vero Frank?».

«Certo … che ti pare?» rispose lui «Lanci un impulso e se trova qualcosa torna indietro il segnale».

«Frank … dalle tempo» gli dissi mentre lo osservavo incuriosito dal modo con cui giocava con quei pupazzetti.

Distolsi lo sguardo da Frank, dai suoi giocattoli e mi avvicinai a Sarah, per osservare meglio i segnali del radar. Restammo con lo sguardo fisso sullo strumento, nella speranza che rilevasse qualcosa, anche un asteroide ci sarebbe stato d’aiuto, anche se non avrei saputo per cosa, ma sarebbe stato meglio che niente.

Pochi istanti dopo anche Ellen ci raggiunse nella cabina di comando. Udii i suoi passi che si avvicinavano dietro le mie spalle. Si fermò di fianco a me e si mise a fissare il radar, speranzosa che trovasse qualcosa.

«Laggiù … c’è qualcosa» disse Frank «Forse un relitto … una nave in avaria … un asteroide … qualcosa».

«Impossibile» intervenne Sarah «Il radar non rileva niente».

Frank appoggiò i suoi pupazzetti sul vassoio porta oggetti della console che aveva di fronte e si alzò dalla poltrona. Si avvicinò al parabrezza e guardò fuori, nello spazio profondo che si espandeva di fronte a noi. Restò ad osservare per diversi istanti, quando, d’un tratto, sollevò la mano per indicare qualcosa.

«Se vuoi andare a caccia … usa gli occhi … diceva un tale» disse dal suo punto d’osservazione «Laggiù … guardate … c’è qualcosa».

Ellen si avvicinò al parabrezza e si mise a guardare dove stava indicando Frank. Restarono impalati con lo sguardo fisso nel vuoto dello spazio che si espandeva dinnanzi a noi, senza dire e fare niente per diverso tempo.

«Attiva gli infrarossi» disse Ellen riferendosi a Sarah «Credo ci sia qualcosa laggiù … ma non capisco bene cosa».

Sarah azionò dei comandi sulla console e abbassò le luci della cabina, che ci avrebbe permesso di poter vedere all’esterno con minori problemi. Nel frattempo, mi allontanai da lei e raggiunsi gli altri due.

«Un attimo … sto rilevando qualcosa» disse Sarah «Credo sia una navetta … a corto raggio … strano trovarla in questa zona … ma il segnale degli infrarossi è disturbato … come se quella cosa avesse una copertura stealth».

«Non è molto distante» disse Frank «Potremmo avvicinarci, attraccare e fare una visita a bordo».

«Non abbiamo spinta» intervenne Ellen.

«Va bene, Ellen» rispose l’uomo che teneva gli occhi fissi sull’oggetto «Se è abbandonato … e credo che lo sia … possiamo prendere i pezzi che ci servono dalla sala macchine».

«Non abbiamo spinta» ripeté nuovamente Ellen.

«Ho capito … Ellen» rispose nuovamente «Se guardi bene … siamo in rotta di collisione con quella dannata navetta … se siamo fortunati potremmo avvicinarci abbastanza per salire a bordo».

«Va bene … mi arrendo» disse Ellen abbassando lo sguardo verso il pavimento e sollevando le mani in segno di resa.

«Frank» intervenne Sarah «Non abbiamo spinta … significa che con i motori in avaria, non potremmo tentare di avvicinarci».

«E anche se fossimo in rotta di collisione con quella navetta» intervenni in soccorso alla donna nelle spiegazioni «Non potremmo rallentare, quindi ci schianteremmo e avremmo danni anche allo scafo».

«Cosa credete!!! Non sono così stupido» disse voltandosi verso di noi «Lo so che i motori sono andati. Ma abbiamo ancora i razzi direzionali. Se togliamo energia alla stiva per dirigerla verso i compressori, avremo più potenza e potremmo usarli per puntare a quella cosa … non è difficile da capire … geni!!!».

Sarah si alzò in piedi, incrociò le braccia sul petto e si mise a camminare avanti e indietro per la cabina, tenendo lo sguardo fisso verso il pavimento. Sicuramente Frank le aveva fatto scattare qualcosa e stava interpretando le informazioni ricevute, per trovare quella soluzione che ci avrebbe permesso di avvicinarci a quella navetta.

«Abbiamo circa sei ore per raggiungere quella navetta» disse dopo un lungo silenzio di riflessione «Deviare l’energia della stiva verso i compressori non è molto complicato … però dovremo essere precisi quando manovreremo la Liberty verso quella navetta … rischiamo di scaricare troppo le batterie e potremmo rimanere senza energia per il sistema di sopravvivenza».

«Fin qui niente di complicato» intervenne Ellen «Ma come possiamo rallentare la Liberty … i retrorazzi funzionano con i motori che sono in avaria … rischieremo di passarle accanto oppure di schiantarci».

Risolto, in parte, un problema, ecco che se ne presentava un altro, ma sentivo che eravamo nella direzione giusta. In tutto il tempo ero rimasto in silenzio ad ascoltare il loro piano. Secondo me poteva anche funzionare, Sarah era un ottimo pilota e poteva compiere le manovre richieste senza consumare troppa energia. Era delicata sui comandi, per questo l’avevo scelta come pilota, ma il problema era come fermare la nostra nave.

«Non ci siete ancora arrivati … eppure la soluzione è semplice» intervenne Frank mentre prendeva di nuovo i suoi giocattoli «Con le tute spaziali».

«Ma certo!!!» esclamò Sarah toccandosi la fronte con la mano «Ma come ho fatto a non pensarci prima … con le tute … potremo ammorbidire l’impatto con le tute … Frank … per favore!!!».

«I razzi delle tute!!!» esclamai «Non siamo così veloci e l’assenza di gravità gioca a nostro favore … io e Frank potremmo andare là fuori e rallentarla con i razzi delle tute spaziali … geniale!!! Mettiamoci a lavoro!!!».

«Direi che è un’idea folle» intervenne Ellen dall’arco della porta che conduceva verso il corridoio che portava alla sala macchine «Ma di idee folli ne abbiamo avute in abbondanza, in passato. Secondo me, vale la pena tentare … viste le alternative».

Senza perderci in ulteriori discussioni, ci mettemmo subito al lavoro. Sarah tornò al posto di pilota e si mise ad azionare i comandi che le servivano per deviare l’energia verso i compressori. Ma fu più prudente del previsto e scollegò una batteria, convogliando la sua energia verso i sistemi di sopravvivenza, in modo tale da permetterci di sopravvivere qualche giorno in più nel caso in cui il nostro piano non avesse funzionato. Ellen corse nella sala compressori per controllarne l’efficienza. Io e Frank, andammo nella camera di compensazione a preparare le tute. Per non correre rischi, decidemmo di prendere i razzi delle altre tute per installarli sulle nostre. Avremmo avuto più spinta per rallentare e fermare la Liberty. In teoria era un buon piano, forse uno dei migliori che avevamo mai congegnato, in pratica, era tutto da vedere, come ogni volta che escogitavamo un piano. Ma, come aveva già detto Ellen, non avevamo molte alternative e valeva la pena tentare anche l’impossibile, pur di uscire da quella situazione.

/ 5
Grazie per aver votato!