Questo è il mio mondo

Quarta di copertina

Nel futuro l’umanità si ritrova a vivere in grandi città fortificate, in mano a governi indipendenti che attuano un controllo totale sulla popolazione.

Un cittadino sospetta che ci sia qualcosa di sbagliato nel suo mondo quando si imbatte nelle telecamere situate sul muro che circonda la città stessa.

Qui scopre che quelle telecamere vengono usate per monitorare tutti i cittadini.

Il presunto arresto di un coinquilino lo conduce ad indagare su altri casi simili, fino ad incontrare un uomo che gli svela uno dei più grandi segreti del suo mondo.

Michael cercherà di scoprire cosa di vero ci sia in quella storia.

Si spingerà fino a svelare un segreto che non andava svelato.

Michael scrive la sua storia su di un quaderno mentre si trova nel braccio della morte di un carcere di massima sicurezza, dopo che un giudice lo ha condannato con l’accusa di terrorismo.

Cosa avrà scoperto Michael?

Perché quel segreto gli è costata la vita?

Perché il governo vuole che quel segreto resti tale?

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Primo capitolo

«Ricorda ragazzo mio, ognuno paga le conseguenze delle proprie scelte» furono le parole che disse quel giorno mio padre guardandomi dritto negli occhi.

«Non ascoltare gli altri. Pensa con la tua testa. Fai sempre in modo che quelle scelte siano tue… solo così sarai libero» aggiunse infine dandomi una pacca sulla spalla.

Quello fu l’ultimo istante in cui vidi mio padre vivo.

Pochi minuti dopo, venne condotto sul patibolo dove venne impiccato di fronte a me e a mia madre che pianse per tutto il tempo.

Mio padre venne condannato all’impiccagione dopo che gli agenti del governo lo trovarono in possesso di libri considerati illegali.

Quei libri che mi leggeva quando ero un bambino poco prima di addormentarmi, erano la memoria di un tempo passato e purtroppo anche dimenticato.

Ma per il governo quei libri dovevano rimanere nell’oblio e li considerava troppo pericolosi.

Così, condannò mio padre a morte.

Non compresi pienamente quelle parole che pronunciò mio padre quel giorno, ma lo ascoltai con attenzione senza dire niente per tutto il tempo.

Ma in fondo cosa avrei dovuto fare?

Ero solo un ragazzino di dodici anni che stava salutando per l’ultima volta suo padre e che lo avrebbe visto morire poco dopo.

Come potevo capirle?

E pensare che a distanza di diversi anni, mi sono ritrovato nella sua stessa situazione.

A pensarci, mi verrebbe quasi da ridere.

Anzi, qualcuno potrebbe anche dire che buon sangue non mente.

Infatti, quel qualcuno pronunciò quelle esatte parole poco dopo aver pronunciato la sentenza, la mia condanna a morte.

Quel dannato giudice espresse quelle precise parole guardandomi dritto negli occhi dopo aver battuto il suo martelletto con forza.

Il giudice Walker, lo stesso che condannò mio padre a morte e, dopo circa venti anni, condannò il figlio.

Condannato a morte per terrorismo.

Esatto, hai capito bene.

Per il governo sono un terrorista.

Un terrorista.

Davvero ironico.

Io che ho sempre condotto una vita normale, quasi da cittadino modello.

Mi sono diplomato alla scuola pubblica con ottimi voti.

In seguito, sono andato a lavorare alla fabbrica di prodotti alimentari.

Possedevo anche un monolocale in periferia concessomi dal governo stesso.

Ho sempre pagato le tasse e non mi avevano mai dato punti negativi sul mio profilo.

Nonostante tutto, per loro sono un terrorista, un nemico pubblico della società.

Vorrei farti capire il percorso che mi ha guidato fino a questa situazione, ma per farlo, dovrei prima raccontarti qualcosa del mio mondo, anzi, del nostro mondo.

Dovrei raccontarti della mia vita, della morte di mio padre, della perdita di mia madre.

E dovrei raccontarti di quegli eventi che mi hanno condotto qui oggi, in questa fottuta cella di isolamento.

Oggi.

Non saprei neanche dirti che giorno sia oggi.

L’unica cosa che so di certo è che siamo nel duemila cento cinquantasette, ma non so dirti in quale mese.

Non so se fuori sia giorno o notte.

Se sta piovendo o se sta splendendo il sole, oppure se stanno brillando le stelle in cielo.

L’unica cosa che so di certo è che sono chiuso in questa cella di isolamento, senza una finestra e senza alcun contatto col mondo esterno.

E sono qui da molto tempo, forse da troppo.

Scusami, mi sono espresso male.

Tre volte al giorno ho un misero contatto umano, limitato ad una mano che vedo spingere il vassoio che contiene il mio pasto attraverso la fessura situata in fondo alla porta.

Ma questo capita nei giorni buoni.

In quelli cattivi è uno scarponcino nero che spinge quel vassoio.

Dipende dall’umore del mio carceriere, quello che si ricorda che devo arrivare vivo e in salute al giorno dell’esecuzione.

L’unica consolazione alla mia reclusione è che l’agente del governo, quello che mi ha interrogato per svariati giorni, mi ha consegnato questo quaderno dove posso scrivere la mia storia.

Mi ha concesso la possibilità di raccontare la mia esperienza, tutto ciò che mi passa per la testa durante il mio soggiorno forzato.

Onestamente, non saprei neanche se avrò la possibilità di finirlo, ma poco importa, non dovrò mica leggerlo io.

«Ti servirà per non impazzire e per tenerti impegnato mentre aspetti l’esecuzione» mi disse quell’agente mentre me lo metteva in mano alcuni istanti prima di chiudere la porta della mia cella.

Sono tutte cavolate!

Quel tizio mi ha mentito, come è una menzogna il mondo in cui viviamo.

Questo quaderno non serve per evitare che impazzisca, né tantomeno per tenermi impegnato mentre soggiorno nel braccio della morte.

Quando sarò morto, un impiegato del governo dovrà leggere questo quaderno e analizzare le mie memorie, la mia storia.

Tutto questo farà in modo che il governo possa prevenire la ribellione di altri cittadini con profili o storie simili alla mia.

Nonostante non nutra alcuna simpatia per il governo, ho deciso di scrivere lo stesso la mia storia, nella speranza che possa servire a lasciare qualcosa di me.

Non mi descrivo come un ribelle.

Almeno non credo che possa essere identificato come tale.

Diciamo che sono una persona che cerca di capire il mondo che lo circonda e di vivere come meglio crede.

Sono solo un uomo che ha seguito il consiglio lasciato dal padre in punto di morte, cioè quello di pensare con la propria testa.

Purtroppo nel nuovo mondo, nel modello di società in cui viviamo tutti quanti, anche il pensiero proprio è considerato un crimine.

Pensare è reato.

Un crimine punibile dalla legge, soprattutto se esprimi pubblicamente un pensiero che si discosta troppo da quello che ci impone il governo stesso.

Sin dall’infanzia ci viene insegnato che dobbiamo seguire ed abbracciare il pensiero unico globale.

Lo stesso pensiero che impone il governo attraverso slogan da quattro soldi e una morale che si regge in piedi solamente perché è proibito contrastarla.

Se tenti di pensare in completa autonomia e commetti l’errore di esprimere il tuo pensiero, diventi un terrorista senza troppe giustificazioni.

Eppure, nonostante tutto, ricordo di un uomo, vissuto secoli fa, di cui mi parlava spesso mio padre.

Quell’uomo diceva pubblicamente e con un’espressione semplice, ma forte, «Penso dunque sono.»

Tanto per essere chiari, non mi hanno condannato per il reato di pensiero.

Furto di documenti.

Mi hanno condannato per il furto di documenti riservati presso la mia azienda.

Ovviamente, non ho mai rubato quei documenti e non vennero neanche trovati in mio possesso durante l’arresto.

Eppure, avevano trovato le prove per incastrarmi dai video di sorveglianza della mia azienda.

Come ciliegina sulla torta, dissero che facevo parte di un gruppo di terroristi che ovviamente non conoscevo, cosa che mi fece guadagnare il diritto ad una morte precoce.

In realtà, nella mia realtà, in quella che ti racconterò su queste pagine, sono stato condannato per aver scoperto qualcosa che non andava scoperto.

Un segreto celato all’umanità per millenni che doveva rimanere tale.

Proprio quel segreto mi ha condotto qui oggi, in questo preciso istante.

Per ora non dirò nulla riguardo a ciò che ho scoperto.

Ma lo scoprirai se proseguirai nella lettura di questo dannato quaderno.

Per ora, preferisco narrarti tutti gli eventi che mi hanno condotto fin qui, chiuso tra quattro mura e con il capo chino su questo quaderno.

Vorrei farti conoscere la mia vita, la mia storia.

Vorrei farti capire che non sono un terrorista come dicono loro, ma una vittima di un sistema malato.

Tutto ti verrà rivelato, sii paziente, prosegui nella lettura te ne prego e non giudicarmi prima di aver finito.

Non te lo perdonerei.

«Reese! Quarantotto ore!»

Il mio amato carceriere ha appena bussato alla mia porta e mi ha gridato quelle parole.

Mi rimangono quarantotto ore di vita.

Ci tengo a dirti che non sono spaventato.

Non ho paura di morire.

In fondo, sto solo pagando le conseguenze delle mie scelte.

Giuste o sbagliate che siano state, sono state mie, dettate dalla mia stessa volontà.

Ormai sono qui. Volente o nolente devo accettare la realtà e farmene una ragione.

Solo così potrò raccontarti la mia storia.

«Lascia le luci accese!» grido a quella guardia.

Non ci crederai, ma quelle sono le uniche parole che mi sono venute in mente a seguito del suo annuncio.

Non voglio sprecare le ultime ore di vita che mi rimangono a dormire o a fissare la parete.

Voglio scrivere e tu devi leggere.

Forse quando mancherà meno tempo all’esecuzione darò di matto.

Sono ancora un essere umano e so che sto per morire. Chiunque darebbe di matto in una situazione simile.

Ma per ora, voglio rimanere lucido e concentrato.

Non mi sono mai fatto piegare dal governo e non voglio farlo ora.

Bene. Ora torniamo alla mia storia.

Dove ero rimasto?

Ecco, ci sono.

Dopo la morte di mio padre, rimasi in casa per un paio di settimane.

Mia madre non mi mandò a scuola e non mi lasciava uscire. Diceva che eravamo in lutto.

Ho passato quel periodo ad aiutare quella povera donna nelle faccende domestiche e a guardare le poche foto di mio padre. Quelle che lei custodiva in una scatola all’interno di un armadio.

Dopo un mese ci trasferimmo in un altro quartiere situato sulla parte opposta della città.

Mia madre non riusciva a sopportare l’umiliazione di aver avuto un marito condannato a morte dal governo. Non riusciva a sopportarlo.

Non ho mai chiesto a mia madre il vero motivo di quel trasferimento.

Ho sempre pensato che avesse preso quella decisione solamente per lasciarsi dietro le spalle tutta quella storia.

Voleva ricominciare una nuova vita, senza quell’uomo che aveva amato e sposato anni prima.

E come avrei potuto darle torto!

Il nuovo quartiere non mi dispiaceva. Aveva un parco dove trascorrevo il pomeriggio e il centro commerciale dove mia madre mi portava ogni domenica per fare la spesa e per passare del tempo insieme.

Durante la settimana passavamo poco tempo insieme, purtroppo.

Quella povera donna doveva fare due lavori per mantenermi, per mandarmi a scuola.

Siccome era la vedova di un terrorista, il governo non le concedeva gli aiuti che le sarebbero serviti.

La sera ritornava a casa letteralmente distrutta. Si concedeva un bagno caldo, un pasto decente e poi andava a dormire.

C’era un’unica cosa di cui non si privava mai prima di andare a letto.

Tutte le sere, entrava nella mia stanza cercando di non fare troppo rumore per non rischiare di svegliarmi.

Si avvicinava a me, mi dava un bacio sulla fronte e restava a fissarmi finché la stanchezza glielo permetteva.

Morì tre anni dopo a causa di un infarto, mentre lavorava.

Al suo funerale ero solo con un prete vestito di nero che disse un paio di preghiere.

Quello era il prete del quartiere, padre Joseph.

Fu lui a prendersi cura di me da quel giorno. Mi mandò a scuola, mi diede un tetto. Non mi fece mai mancare niente.

Fu una specie di padre per me.

Fu anche l’unica persona presente al mio processo.

Mi diplomai con buoni voti alla scuola pubblica. Mi guadagnai un diploma in informatica che non mi servì a molto, anzi, mi servì solo per avere una festicciola che padre Joseph organizzò in mio onore e alla quale parteciparono giusto una decina di persone, quelle più affezionate a noi.

Per quasi un anno rimasi alla parrocchia ad aiutare il prete. Pulivo la chiesa e lo assistevo durante le cerimonie.

Ma non ho mai voluto prendere i suoi passi.

Quella vita non faceva per me.

In realtà non ho mai creduto pienamente nel suo dio, nonostante lui mi avesse spiegato i concetti base della sua religione.

Ma cosa posso dire?

Le parole di mio padre, quello vero, furono chiare «Pensa con la tua testa. Solo allora sarai veramente libero.»

Insomma, l’idea che ci fosse qualcuno che non avrei mai potuto vedere, con il quale non avrei mai potuto dialogare o bere una birra, non mi stuzzicava per niente.

Perciò mi trovai un lavoro alla fabbrica di prodotti alimentari che si trovava a pochi chilometri dal nostro quartiere.

Poco dopo trovai anche un monolocale in cui andai a vivere. Ma non abbandonai padre Joseph.

Continuavo a frequentare quel prete e ad aiutarlo nelle cerimonie della domenica, come facevo da ragazzo.

Scusami, è appena arrivata la cena, oppure il pranzo.

Diciamo che è arrivato uno dei pasti giornalieri.

Il mio unico contatto con il mondo esterno ha da poco spinto un vassoio all’interno della cella.

Un piatto di minestra calda, delle verdure e una mela.

È più che sufficiente per il momento. Mi concedo una pausa e a pensarci bene cominciavo a sentir fame e tu, te ne prego, non andartene, ho molto da raccontare e tu hai molto da sapere.

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