Ricordi dell’invasione

Quarta di copertina

Il pianeta Terra ha subito un tremendo attacco da un civiltà aliena che si è presentata all’umanità dicendo di venire in pace, presentandosi come fratelli cosmici.

Un uomo, sopravvissuto al primo attacco, cerca di sopravvivere in quel mondo distrutto dalla guerra sfuggendo alle pattuglie centauriane e tenendosi lontano dalle città.

Vaga per quella terra desolata e dilaniata dalla guerra, aggrappandosi a delle semplici regole, fornite da un altro sopravvissuto, che lo stanno tenendo in vita.

Tra le varie difficoltà che deve affrontare ogni giorno, gli tornano alla mente i ricordi della sua vita precedente all’attacco e dell’arrivo degli alieni fino al giorno dell’attacco.

Durante una fuga si imbatte in un cane che si dimostra essere un buon amico.

Proseguono il viaggio insieme, fino a quando incontrano una centauriana che dice di essere un disertore e che vuole porre fine all’invasione.

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Primo capitolo

«La guerra è finita! Non ce ne sarà un’altra!» inevitabilmente, quando finiva una guerra, qualcuno se ne usciva sempre con quel grido di gioia.

Quanta gioia e quanta speranza in un futuro migliore erano nascosti in quelle parole.

Riassaggiare la pace, vedere nuovamente il cielo azzurro senza bombardieri in volo, non essere circondati da esplosioni o colpi di fucile, poter vivere la vita senza paura.

A volte mi chiedevo quante volte fossero state pronunciate quelle parole durante la lunga storia dell’umanità.

E mi chiedevo quante volte ancora sarebbero state pronunciate.

Mi chiedevo quante volte ancora, la speranza sarebbe finita di fronte ad una nuova guerra che avrebbe coperto con un velo di paura il volto dell’intera umanità.

Certe volte, il più delle volte, dovremmo essere onesti con noi stessi accettando l’idea che la guerra sia la vera colonna portante dell’umanità.

Un’umanità che tentava di vivere in pace con i propri simili, ma che ritornava troppo spesso sui propri passi, commettendo di nuovo quegli errori che la portavano ad una nuova guerra.

Ironia della sorte, l’umanità si trovò nuovamente ad affrontare una guerra. Ma questa volta non era un nemico come quelli incontrati nella sua storia.

Era qualcosa di più.

Quello che provocò questa nuova guerra era il nemico più potente e meglio armato di sempre.

Il peggiore che l’umanità avesse mai affrontato.

Quel nemico era riuscito in poche ore a mettere in ginocchio l’intero pianeta.

Il suo attacco fu devastante per tutti noi.

Ed ancora oggi era qui in mezzo a noi che continuava a sterminare o a catturare quel poco che rimaneva dell’umanità.

*****

Sopravvivere in questo mondo non era affatto facile.

Passavo le giornate a scappare dalle pattuglie aliene e, in alcuni casi, anche dai miei simili.

Non potevo fidarmi di niente e di nessuno.

A volte dovevo anche rimettere in discussione certe mie decisioni e ritornare sui miei passi.

Non sapevo da quanto tempo fossi in fuga tendando di sopravvivere a quel mondo ostile, ma ci stavo riuscendo. Cercavo di non commettere troppi errori e mi attenevo a quelle semplici regole che mi insegnò un tale poco dopo l’attacco.

Poco dopo il primo attacco mi imbattei in quel tale. Si chiamava Jack e mi ospitò in un bunker che aveva allestito quando gli alieni apparvero la prima volta, mentre tutti gli altri lo prendevano in giro dicendo che fosse solo un pazzo.

Ma Jack ebbe l’occhio lungo.

Mi trovò privo di sensi all’interno della mia automobile.

Avevo subìto un incidente mentre tentavo di fuggire dalla città. Finii fuori strada, persi i sensi e rimasi ferito ad una gamba.

Jack mi trovò mentre andava a caccia e, dopo avermi estratto da quel relitto, mi portò al suo rifugio.

Curò le mie ferite, sistemò meglio che poteva la mia gamba e mi accolse per alcune settimane con se.

Una sera, mentre eravamo a tavola per la cena, mi raccontò di come gli venne in mente di costruire quel bunker.

Diceva che, nonostante l’euforia iniziale che provò l’umanità di fronte quel primo contatto alieno, lui non si fidò per niente.

Diceva che i loro occhi nascondevano qualcosa di terribile.

Quella sera, condivise con me quelle sue regole. Erano piuttosto semplici ma, a detta sua, erano fondamentali per sopravvivere fuori dal bunker.

La prima regola era non mangiare animali che si trovavano morti per la strada o nelle campagne, serviva per evitare di nutrirsi con cibo infetto o avvelenato.

La seconda, non avere relazioni con altri umani. Vista la situazione era preferibile restarsene da soli, piuttosto che rischiare di venire pugnalati alle spalle o sgozzati durante il sonno.

La terza, imparare ad usare le armi da fuoco. Non era difficile trovare armi in giro, molte furono abbandonate dai soldati che si stavano ritirando. L’unico problema era trovare le munizioni.

La quarta, avere sempre con se un kit per il pronto soccorso.

La quinta, restare a debita distanza dalle grandi città. Tra le macerie delle case era possibile cadere in una imboscata e non sapevi mai chi avresti incontrato voltato l’angolo.

La sesta, forse la più importante, restare sempre in movimento. Non ci si doveva mai fermare nello stesso posto più di un giorno, o al massimo due, per poi spostarsi di almeno una decina di chilometri ogni volta.

La settima, quella che ti avrebbe salvato la vita, era quella di avere sempre una possibile via di fuga.

Se ci si fermava in qualche punto per la notte o per qualsiasi altro motivo, era cosa buona ispezionare bene il posto per assicurarsi che fosse sicuro e che avesse una buona vista sull’ambiente circostante per poter vedere qualsiasi tipo di minaccia.

Nonostante affinassi quelle regole ogni volta, avrei potuto dire che stavano dando i loro frutti.

Mi stavano tenendo in vita e in quel mondo era abbastanza.

*****

Certo una volta la vita era più semplice, o comunque meno complicata di oggi, sotto certi aspetti.

Un tempo le mie principali preoccupazioni erano andare a lavorare, impegnare in modo produttivo il poco tempo libero che avevo a disposizione, passando il tempo ai videogiochi o di fronte a qualche bel film.

Andavo in giro con la mia bella macchina, un telefono cellulare in mano e una comoda carta di credito nel portafogli, sempre pronta per ogni evenienza.

Invece oggi, era tutto diverso.

Me ne andavo in giro con una pistola legata alla coscia destra, un fucile automatico a tracolla, uno zaino dove tenevo il cibo che trovavo e un paio di borracce d’acqua, e vagavo per il mondo in cerca di qualcosa che non avrei mai trovato.

In effetti, mi chiedevo spesso il motivo per cui vagavo così tanto. Forse sarebbe stato meglio arrendersi alle circostanze e farla finita. Mi rispondevo che lo facevo per sopravvivere.

Ma sopravvivere, a quale scopo?

Con quella domanda concludevo le mie brevi riflessioni senza trovare risposte valide.

Ciò che mancava, in effetti, era lo scopo per sopravvivere, anche se la sopravvivenza fosse il fine ultimo per lo stile di vita che avevo dovuto intraprendere.

Lo chiamavo stile di vita, perché non avevo un termine migliore per definire la mia condizione.

Vagavo per il mondo solo e senza meta, guardandomi le spalle e cercando del cibo nei posti più impensabili.

Non incontrai grossi problemi nell’adattarmi a quel nuovo modo di vivere.

Avevo sempre condotto una vita piuttosto solitaria, fattore che mi aiutò molto.

Avevo degli amici che incontravo nel tempo libero o quando ne avevo voglia, ma in tutta onestà preferivo passare il tempo con me stesso per dedicarmi alle mie passioni senza troppe scocciature.

Comunque, la vita consisteva principalmente nel vagare per quelle terre desolate e lacerate da quella guerra interplanetaria, tenendosi lontani dalle pattuglie aliene o dai campi di concentramento.

Non so se quello fosse stato un termine corretto, guerra interplanetaria, ma presumevo che anche loro provenissero da un altro pianeta simile al nostro, almeno da quanto dicevano, quindi potevo considerarlo corretto.

Trovare l’acqua non era così difficile.

Ogni qual volta mi avvicinavo ad un ruscello o ad un fiume, mi preoccupavo di fare scorta, riempiendo le mie borracce.

Quando riuscii a scappare dal bunker di quel pazzo di Jack, che forse tanto pazzo non lo era, avevo preso, per non dire rubato, un kit per l’analisi dell’acqua e anche un contatore geiger.

Il primo strumento mi era molto utile, ma anche il secondo, visto che quei geni dei militari ebbero la brillante idea di usare armi nucleari per tentare di abbattere il nemico.

Peccato che non avessero valutato, magari non lo sapevano proprio, che quelle dannate astronavi erano circondate da uno scudo invisibile agli occhi umani che le proteggeva da qualsiasi attacco.

Il risultato fu che alcune zone del pianeta erano ormai troppo radioattive per essere attraversate, quindi avevo sistemato il contatore geiger alla mia cintura per averlo sempre pronto.

La parte veramente difficile era trovare del cibo commestibile.

A volte andavo a caccia di conigli o cervi, in base a dove mi trovavo, ma il problema era conservare quel cibo. Non avevo un frigorifero con me e dopo un paio di giorni dovevo buttare quella carne.

Altre volte facevo razzia nei vecchi centri commerciali che trovavo lungo il mio tragitto.

Preferivo quelli costruiti fuori dai centri urbani, erano più sicuri, anche se spesso erano abitati da umani poco socievoli.

Ma in un modo o nell’altro riuscivo sempre a prendere qualcosa.

In genere prendevo sempre del cibo in scatola, ma a causa della loro breve scadenza, decisi di prendere il cibo per gli animali domestici.

Quelli avevano una lunga scadenza e se ne trovava in abbondanza.

Superato l’imbarazzo iniziale nel mangiare quel cibo, poi lo trovai commestibile.

Mi abituai presto a mangiarlo. In fin dei conti l’alternativa era morire di fame o concedersi diverse giornate di digiuno.

Cosa che non potevo assolutamente concedermi.

Camminare richiedeva energia e in caso di denutrizione non sarei arrivato molto lontano.

Altre volte mi capitava di incontrare vecchi convogli militari ridotti a brandelli lungo la strada.

In quei casi li ispezionavo da cima a fondo nella ricerca di munizioni e cibo.

Le razioni militari avevano una scadenza decisamente più lunga rispetto ai prodotti che trovavo nei centri commerciali e avevano un valore più alto dell’oro a quei tempi.

In certe occasioni usai quelle razioni come moneta di scambio per ottenere qualcosa.

E poi le munizioni.

Non erano mai abbastanza.

Ognuna di quelle pallottole aveva un gran valore, dato che non ci sarebbe stato più nessuno per farle e quindi ogni pezzo era unico.

Quando incontravo uno di quei convogli speravo sempre di essere il primo. Il primo ad averli trovati e il primo a dover rovistare al loro interno, perché altri sopravvissuti avrebbero potuto trovarlo e avere la mia stessa idea.

Un altro problema era dove passare la notte o dove fermarsi per recuperare le forze.

La scelta di un riparo era estremamente difficile.

Quando ne sentivo il bisogno, mi appostavo nei pressi di una costruzione.

Rimanevo a controllarla da lontano per ore, per avere la certezza che nessuno fosse nei paraggi e che, soprattutto, non fosse già occupata da qualche ospite poco gradito.

Quando avevo la certezza che fosse un posto sicuro, mi avvicinavo con calma e senza troppo fretta, tenendo gli occhi puntati sull’edificio e le orecchie tese per controllare l’ambiente intorno a me.

Una volta entrato, dovevo controllare ogni stanza e ogni armadio per verificare che non ci fossero pericoli.

Fatte tutte le ispezioni del caso, mi preparavo per riposarmi.

Prendevo un divano o un letto, qualche coperta, e mi sistemavo.

Prima però, lasciavo delle trappole che mi avvisassero dell’arrivo di qualcuno.

Usavo dei barattoli vuoti con una cordicella, legati sulla porta d’ingresso o alle finestre che trovavo al piano terra di quegli edifici.

Dovevo prendere mille precauzioni per concedermi solo qualche ora di riposo.

Ovviamente, non potevo permettermi di accendere luci nella notte, né tanto meno un fuoco per scaldarmi, poiché avrebbero attirato l’attenzione di sciacalli o degli alieni stessi.

Dovevo adattarmi con quello che trovavo all’interno dell’edificio e con quelle conoscenze che stavo affinando col tempo.

Tutto per sopravvivere e per riposare qualche ora.

E pensare che prima della guerra, mi bastava il mio letto comodo e un buon libro per riposarmi.

E poi si riprendeva il viaggio.

Senza farmi tanti problemi e senza avere una meta ben precisa. Camminavo. Camminavo tutto il giorno e cercavo di sopravvivere.

Per quello che mi era possibile, e nonostante non ci fosse niente per cui valeva vivere, io mi ostinavo a sopravvivere.

In certi momenti sentivo che ero nato per quel tipo di mondo.

Insomma, ho sempre avuto una vita solitaria, poco curante degli altri.

Mi sono sempre adattato alle situazioni che si presentavano e che, magari, neanche mi piacevano.

E in cuor mio, anche se non lo ammettevo pubblicamente, odiavo il mio mondo, la società in cui vivevo.

Ero costretto a fare un lavoro che non sopportavo, con dei colleghi con cui non dialogavo e che neanche trovavo simpatici.

La mia ultima compagna mi aveva lasciato per un tizio con una bella macchina e vestiti costosi.

Dopo un paio d’anni la lasciò sola con una bambina di pochi mesi.

Venne da me a piangere, ma servì a poco, con lei avevo chiuso e non sarei tornato sui miei passi per compassione.

Non ero arrabbiato con lei per avermi lasciato. Anzi, col tempo mi accorsi che mi fece un favore, visto che non sopportavo la sua famiglia e, riflettendoci bene, non sopportavo neanche lei.

I miei familiari a malapena mi conoscevano.

Non li frequentavo mai, o comunque trovavo sempre un modo per evitare i loro inviti ai loro patetici pranzi che organizzavano nei giorni di festa.

Avevo degli amici che vedevo di rado.

Erano quasi tutti sposati con figli, quindi difficilmente si ricordavano di me che ormai ero rimasto solo.

Certo, avrei potuto farmi dei nuovi amici, ma non mi interessava, stavo bene come stavo.

Mi adattavo.

A quei tempi, vivevo una vita che avrei buttato volentieri nella spazzatura. Quindi, da un certo punto di vista, avrei potuto dire che la fine del mondo, fu la mia vera salvezza.

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