Helena

Quarta di copertina

La città di Helena non dà segni di vita da settimane.

Tutti i cittadini sono scomparsi nel nulla. Vengono inviati degli agenti federali per investigare sul posto, ma anche di loro non si ha più notizie.

Temendo per il peggio, il presidente in persona si affida al Reparto, un team d’élite composto da agenti dormienti sparsi per tutto il paese, altamente addestrati e preparati per affrontare le situazioni più disperate.

Con le poche informazioni ricevute dal presidente, la squadra di Connor si addentra in quella città apparentemente abbandonata, per investigare e per cercare di capire dove siano finiti tutti i cittadini.

Al loro arrivo, incontrano una ragazzina che dice di parlare con la città stessa, definendola un’entità viva e piuttosto malvagia.

L’incontro con quella strana ragazzina dà il via ad un incubo che quella squadra dovrà affrontare attraverso le vie di quella città se vuole sopravvivere.

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Primo capitolo

Quel pomeriggio mi trovavo in casa senza niente da fare.

Tentai di cercare qualcosa di interessante sui vari canali della televisione. Ma dopo vari tentativi non trovai niente che attirasse la mia attenzione.

Così, spinto dall’impulso di reagire a quello stato di noia che stava invadendo la mia giornata, pensai di uscire di casa e recarmi al supermercato che si trovava solo a pochi isolati.

Mi alzai di scatto dal divano, presi la giacca e mi fiondai fuori dal mio appartamento dirigendomi in strada dove altre persone stavano passeggiando.

Arrivato al supermercato, presi un carrello e mi avventurai al suo interno passando tra scaffali ricolmi di prodotti, chiusi nelle loro confezioni colorate, e commessi impegnati nel rifornirli coi loro grembiuli bianchi e un banale cappellino di stoffa.

Quando entravo in quei posti e vedevo tutti quei prodotti, mi soffermavo a chiedermi se davvero ne avessimo bisogno, pensando a quanti sarebbero stati gettati nella spazzatura perché rimasti invenduti o troppo vicini alla data di scadenza da lasciarli in bella vista.

Eppure, erano lì a riempire quegli scaffali. Come erano lì quelle persone che prendevano quelle confezioni, ne ammiravano i colori e le scritte, per poi riporli dentro i loro carrelli.

E poi c’erano quelli come me che si limitavano a prendere l’essenziale, senza cedere alla tentazione di provare altro.

Dopo quasi aver trascorso un’ora nel gironzolare tra quegli scaffali senza trovare niente di particolare, pensai di cercare qualcosa di diverso dal solito. Qualcosa che avrei potuto preparare per cena, tanto per dare un significato a quella mia visita che non stava dando i risultati sperati, visto che mi trovavo più annoiato di prima.

Così, guardai intorno a me onde evitare di scontrarmi con altri clienti e voltai il carrello per recarmi al reparto dei surgelati.

Raggiunsi il reparto dei surgelati ed iniziai ad esplorare quei frigoriferi che si estendevano dinnanzi a me cercando di trovare qualcosa di particolare tra i vari prodotti esposti, quando la vibrazione del telefono mi distrasse dalla mia osservazione accurata.

Presi il telefono dalla tasca posteriore dei pantaloni con la mano, lasciando l’altra sull’impugnatura dei carrello che, per mia distrazione, lasciai occupare gran parte del passaggio, non permettendo agli altri di passare.

A malapena, riuscii a vedere il nome dell’applicazione che aveva ricevuto quella notifica. Una donna, innervosita da come avevo lasciato il carrello, fece sentire la sua voce.

«I giovani d’oggi… sempre con quei cosi in mano… maleducati!» mi intimò contro.

Udite quelle parole, non prestai molta attenzione a quella donna, senza distogliere lo sguardo dal display del telefono, lasciai l’impugnatura del carrello per farle segno con la mano di passare altrove.

Quel mio gesto servì a poco.

Quella donna voleva a tutti costi passare di lì, con o senza il mio consenso.

«Giovanotto… ma come si permette… sposti quel carrello e mi faccia passare!» esclamò incrementando il tono della voce.

Quello fu il suo tentativo di attirare l’attenzione degli altri clienti che a malapena si voltarono verso di lei e di quei commessi che erano troppo indaffarati con il loro lavoro per preoccuparsi di una donna isterica.

Sollevai lo sguardo dal display del telefono per guardarla negli occhi.

Quella donna, dovevo ammetterlo, aveva pienamente ragione.

Avrei dovuto prestare più attenzione quando presi il telefono dalla tasca ed evitare di ostruire il passaggio.

Però usò quei modi così aggressivi nei miei confronti che non mi invitarono a scusarmi per dargliela vinta.

«Senta… se non riesce a passare… nessuno le vieta di tornare indietro e fare il giro intorno agli scaffali» le dissi con calma guardandola bene in faccia.

La donna rimase in silenzio per diversi secondi guardandomi con aria confusa. Sembrava che non si aspettasse che le rispondessi a tono.

Rimase immobile alcuni istanti, si guardò intorno in cerca di qualche sostenitore quando decise di abbandonare la sfida e seguire il mio consiglio.

Girò il carrello di scatto e se ne andò nella direzione che le avevo suggerito.

«Insolente… sono più importanti quei cosi che il rispetto per le persone» le sentii dire mentre si allontanava.

«Occhio per occhio… arroganza per arroganza» borbottai ammirando la mia vittoria.

Quando la donna scomparve tra gli scaffali, riportai l’attenzione al mio telefono dopo aver sistemato il carrello allineandolo al frigorifero che si trovava al mio fianco.

Accesi il display del telefono e, con il pollice, abbassai la tendina per visualizzare la barra delle notifiche in modo da vedere cosa stava richiamando la mia attenzione.

Scoprii che era l’applicazione agente per le emergenze del Reparto.

La osservai per alcuni istanti poi, dopo aver sfiorato il display con il pollice, lanciai l’applicazione per poter leggere il testo della notifica ricevuta.

“A tutti gli agenti. Raggiungere il punto di ritrovo assegnato al più presto possibile. Non è un’esercitazione. Confermare con l’impronta digitale la ricezione del messaggio.”

Lessi nuovamente il messaggio, poi appoggiai il dito sul sensore per il riconoscimento dell’impronta digitale con la quale avrei confermato l’avvenuta ricezione.

Pochi istanti dopo, comparve il messaggio “Confermato” e lo sfondo cambiò di colore da arancione a verde.

Dopo diverse settimane di silenzio, il Reparto stava richiamando gli agenti.

Ne fui abbastanza sorpreso, dato che non ero a conoscenza di fatti preoccupanti avvenuti nel mondo nelle ultime settimane. Anzi, ero piuttosto sicuro di non aver sentito nulla di insolito ai notiziari.

Comunque, avevo confermato la chiamata e dovevo presentarmi a fare rapporto. Avrei scoperto al punto di ritrovo cosa stava accadendo.

Riportai il carrello al suo posto, poco fuori l’entrata del supermercato, e mi incamminai verso casa dove avrei preso la mia auto per recarmi a destinazione.

Il punto di ritrovo che mi era stato assegnato si trovava poco fuori città, a circa una trentina di chilometri verso nord, tra le foreste secolari che si estendevano fino a raggiungere una catena montuosa.

Come tutta la faccenda del Reparto, anche i vari punti di ritrovo, dislocati un po’ ovunque, erano ben nascosti agli occhi dei comuni cittadini. Solitamente venivano allestiti tra i boschi oppure in vecchi edifici abbandonati.

Raggiunto il mio appartamento, presi le chiavi della macchina che tenevo sul mobile vicino alla porta d’ingresso, per poi tornare in strada e incamminarmi verso l’auto.

Salito a bordo, avviai il motore dopo aver indossato la cintura di sicurezza ed entrai in strada dirigendomi verso nord, dove avrei intrapreso la statale che portava alla foresta.

*****

Appena rientrai a casa, il mio unico pensiero era quello di tuffarmi nella vasca e concedermi un bagno caldo.

Chiusi la porta dietro di me e lasciai le chiavi sopra il mobile posto vicino all’ingresso.

Senza curarmi della posta che si trovava a terra, mi fiondai in bagno dopo aver lasciato la borsa sul pavimento vicino la porta.

Presi il telefono dal suo interno per poi appoggiarlo sulla sedia vicino alla vasca pronto nel caso in cui qualcuno mi avesse chiamato.

Mi tolsi gli stivaletti e mi avvicinai alla vasca.

Azionai il rubinetto dell’acqua calda. Poi presi il barattolo coi sali da bagno.

Ne avevo diversi tipi, uno per ogni occasione. Presi quello alle arance dolci che donava un completo stato di rilassamento lasciando la mia pelle morbida e profumata. Presi una manciata di quei sali e li gettai sull’acqua.

Tolsi con calma i pantaloni e la camicia. Li appoggiai, dopo averli piegati, sopra la sedia lì vicino, poi voltai lo sguardo verso la vasca dove l’acqua l’aveva già riempita superando la metà della sua altezza.

Chiusi il rubinetto e passai la mano sul filo dell’acqua. Era la temperatura giusta.

Tolsi slip e reggiseno, ansiosa di immergermi dentro quella vasca.

Mi appoggiai con la mano alla parete, sollevai la gamba e la immersi nell’acqua assaporando già l’effetto rilassante che stava emanando.

Entrai completamente nella vasca e mi misi a sedere.

Appoggiai la testa al bordo della vasca e mi immersi fino a raggiungere col naso il pelo dell’acqua.

Chiusi gli occhi per assaporare al meglio quella piacevole sensazione.

«Questa sì che è vita» borbottai sottovoce.

Dopo alcuni minuti, quando stavo per godere a pieno dell’effetto provocato da quel bagno, sentii il telefono vibrare.

Aprii gli occhi e mi voltai verso l’apparecchio.

Lo guardai chiedendomi perché qualcuno stesse disturbandomi proprio in quel momento. Avrei voluto ignorarlo e andare avanti nel godermi quel bagno caldo, ma la coscienza spinse la mia mano verso di lui per poi afferrarlo.

Lo portai davanti ai miei occhi e vidi il messaggio del Reparto che stava richiamando tutti gli agenti disponibili.

«Proprio adesso» borbottai infastidita mentre avvicinavo il dito al sensore dell’impronta digitale per confermare la ricezione del messaggio.

Appoggiai nuovamente il telefono sulla sedia, dove lo avevo preso e mi feci forza per sollevarmi a malincuore da quella vasca.

Il Reparto ci stava chiamando e, una volta confermata la ricezione del messaggio, non c’erano scusanti, dovevamo partire e ritrovarci al punto di ritrovo.

Alzatami in piedi, presi l’asciugamano e lo avvolsi intorno al mio corpo.

Uscii dalla vasca e iniziai ad asciugarmi con cura passando quell’asciugamano su tutto il mio corpo.

Indossai i miei vestiti e uscii dal bagno dirigendomi verso la porta.

Presi le chiavi di casa e afferrai la maniglia per poter aprire la porta, quando pensai di chiamare Michael per sentire se sapeva qualcosa riguardo a quella chiamata.

Presi il telefono dalla borsa, aprii la rubrica e cercai il suo nome. Avviai la chiamata mentre aprivo la porta per uscire.

*****

Immersomi sulla statale nord, proseguii per la mia strada senza troppa fretta.

Quando ero alla guida ero solito tenermi leggermente sotto al limite di velocità per evitare di imbattermi in problemi con la polizia stradale.

Proseguivo per la mia strada, ammirando gli alberi che mi circondavano, quando il telefono iniziò a squillare.

Voltai lo sguardo verso il monitor dell’autoradio e trovai visualizzato il nome di Sarah che mi stava chiamando.

«Pronto Sarah» risposi dopo aver avviato la chiamata tramite il vivavoce.

«Ciao Mike… stai andando al punto di ritrovo?» domandò la donna.

«Certo. Sarò lì tra una ventina di minuti.»

«Sto uscendo di casa proprio ora» disse mentre sentivo il rumore di una porta chiudersi «Conosci il motivo della chiamata?» chiese «Di solito comunicano anche il motivo, ma questa volta hanno solo detto che non si tratta di una esercitazione.»

«Al momento non ne so niente» risposi «Ho letto il messaggio e l’ho confermato. Poi mi sono messo subito in viaggio.»

«Capito. Una volta arrivati scopriremo qualcosa. Faremo squadra anche stavolta?» chiese «Con Frank, Ellen e Simon? Dimmi di sì… siamo una squadra affiatata.»

«La solita squadra… non temere… ma non credo che Simon si unirà a noi» risposi.

«Come sarebbe?» rispose la donna allarmata «Non possiamo andare in missione senza di lui. Cosa gli è successo?»

«Mi dispiace» le risposi «Non ho voglia di parlarne adesso, mentre sto guidando. Ma ne parleremo appena ci vedremo di persona.»

A quelle parole Sarah non disse niente. Neanche io aggiunsi dell’altro.

Probabilmente aveva intuito che fosse accaduto qualcosa di grave al nostro amico. Ovviamente avrei anche potuto parlargliene, ma non erano argomenti da affrontare al telefono, almeno non ne ero il tipo.

«Va bene Sarah» ruppi il silenzio «Ci vediamo al punto di ritrovo. A presto» e chiusi il telefono senza aspettare una sua risposta.

Purtroppo per Simon, uno dei primi agenti che avevo conosciuto quando venni ingaggiato dal Reparto, l’ultima missione si rivelò fatale.

Ci trovavamo in Afghanistan, qualche settimana prima.

Ci affidarono una normale missione di routine, in cui non era previsto nessuno scontro a fuoco, in appoggio ai servizi segreti che operavano nell’area.

Lo scopo era avvicinarsi ad una roccaforte jihadista, scattare delle foto e ritornare al campo base. Niente di più semplice, per farla breve.

Scattammo tutte le foto che ci servivano per portare a termine quella missione.

A lavoro finito, prendemmo la via del ritorno nascondendoci tra le dune, ma dovemmo cambiare percorso perché c’era attività nemica e non avevamo intenzione di cadere in uno scontro a fuoco.

Mentre percorrevamo quel percorso alternativo, Simon appoggiò il piede proprio sopra una mina antiuomo che se ne stava tranquilla e ben nascosta sotto la sabbia del deserto.

L’esplosione di quella mina fece a pezzi il suo corpo.

Morì tra le mie braccia mentre tentavo invano di tranquillizzarlo e uno degli altri agenti che si trovavano con noi, lo riempivano di morfina per non farlo soffrire troppo.

Proseguii per la strada cercando di non pensare troppo a quella storia che mi stava rattristendo quando un suono emesso dal telefono mi riportò alla realtà.

Avevo percorso i chilometri che mi separavano dal punto di ritrovo e il GPS mi stava segnalando che la destinazione era vicina.

Lasciai la statale per entrare in una strada sterrata che si trovava sulla destra.

Dopo un centinaio di metri, arrivai ad un cancello in ferro dove mi fermai. Scesi dall’auto e mi guardai intorno per poi avvicinarmi al cancello per aprirlo.

Tornai in auto, ingranai la marcia e mi avviai lungo quella strada sterrata, ben nascosta tra gli alberi, fino a ritrovarmi in un ampio piazzale dove altri agenti come me stavano parcheggiando il loro mezzo.

Parcheggiai l’auto tra alcuni alberi e scesi per recarmi al cancello d’ingresso dove un gruppo di agenti si stavano radunando per sottoporsi ai controlli di accesso.

Conoscevo già alcuni di loro, erano dei veterani del Reparto, ma c’erano anche delle facce nuove che non avevo mai visto. Giovani ragazzi, appena arruolati nell’esercito o nei corpi scelti della polizia, che vennero selezionati per unirsi a noi del Reparto.

Accodatomi agli altri, presi il telefono dalla tasca con l’idea di inviare un messaggio a Sarah per comunicarle che ero arrivato e per chiederle anche dove si trovasse, visto che eravamo partiti più o meno nello stesso momento.

Pochi secondi dopo l’invio, la donna mi rispose dicendo che sarebbe arrivata entro pochi minuti e che avrei potuto aspettarla all’interno del rifugio.

Dopo pochi minuti di fila, arrivai al punto di controllo.

«Fornire codice agente, prego» disse una voce proveniente dall’altoparlante appena arrivato al punto di controllo.

«Georgia… Oxford… uno nove otto quattro» dissi avvicinandomi al microfono.

«Verifica impronta digitale, agente.»

Appoggiai la mano sul monitor posto sul pannello principale per la scansione delle impronte. Dopo alcuni istanti, passò dal colore blu al verde.

Il sistema mi aveva riconosciuto senza problemi ed avevo il permesso di accedere.

«Benvenuto… agente Georgia Oxford uno nove otto quattro» disse la voce al termine delle verifiche di accesso.

La porta venne aperta ed entrai nel lungo corridoio che conduceva alla base sotterranea.

Camminai al suo interno fino ad arrivare all’atrio d’ingresso dove trovai un agente a darmi istruzioni.

«Sulla destra, agente, il briefing di missione inizierà tra meno di un’ora.»

Seguii le istruzione e proseguii sulla destra, verso una grande sala dove gli altri agenti si stavano radunando.

Sullo sfondo, dove era stato allestito un palco da cui avrebbe parlato il nostro comandante, avevano sistemato un grande monitor che copriva quasi tutta la parete.

Poco più in là, trovai il comandante che stava parlando con alcuni suoi ufficiali.

Mentre parlavano, si coprivano la bocca con la mano, in modo da non permettere a nessuno di leggere le loro labbra e capire cosa si stessero dicendo.

«Se ti hanno chiamato… significa che la situazione non è grave come tutti pensano» sentii dire mentre osservavo il comandante e i suoi attendenti, cercando di capire cosa si stessero dicendo.

Mi voltai verso la voce e trovai la vecchia amica Ellen.

«Allora questa missione dovrebbe essere una passeggiata… hanno chiamato anche te» risposi a tono alla mia amica.

Lei si mise a ridere e mi abbracciò come faceva ogni volta che ci incontravamo.

«Gli altri? Sono già arrivati?» chiese dopo avermi liberato dalla sua presa.

«Sarah sta arrivando, Frank dovrebbe essere già qui, ma ancora non si è fatto vedere e Simon… beh… inutile parlarne» risposi alla donna che sapeva benissimo cosa fosse successo, visto che era in missione con noi quel giorno.

«Ed ecco i peggiori agenti del Reparto!» fu il messaggio di benvenuto di Frank che appena ci vide, ci venne incontro per salutarci.

«Ci siamo quasi tutti. Faremo squadra come al solito?» chiese dopo i saluti.

«Come al solito. Ho già inviato al comandante la lista degli agenti, ci assegnerà qualcuno per sostituire Simon» dissi.

Essendo un capo squadra, spettava a me scegliere gli agenti che avrei portato in missione.

Ogni volta che venivo convocato, inviavo la lista dei nomi al comandante in persona, secondo sue precise istruzioni.

Quell’uomo aveva combattuto in Vietnam con mio padre.

Dopo quella dannata guerra, come la chiamavano loro, rimasero amici e proseguirono la carriera militare insieme.

Era quello il motivo per cui mi permetteva di scegliere i membri della mia squadra e non lasciava che nessuno interferisse.

«Finalmente sono arrivata» disse Sarah mentre si univa a noi «Un deficiente andava a venti all’ora e non riuscivo a superarlo.»

«Le solite scuse. Sappiamo benissimo che non sai guidare» rispose Frank per stuzzicare la donna.

«Piacere rivederti, Frank» rispose la donna «Peccato che non sia altrettanto piacevole sentirti.»

La mia squadra era finalmente al completo.

Sarah. Esperta nel corpo a corpo e ottimo cecchino. Quella donna riusciva a colpire un bersaglio a mille metri di distanza con una precisione millimetrica. Era anche un’infermiera molto in gamba, riusciva a medicare una ferita in qualsiasi situazione.

Frank. Esperto di esplosivi. Aveva un dottorato in chimica e riusciva a costruire degli esplosivi con qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani. Durante una missione, lo vidi fabbricare una bomba con del succo di arancia e della benzina. Mi chiedevo spesso cosa ci facesse con noi, lui e il suo dottorato, ma non glielo avevo mai chiesto. Era anche un ottimo amico, a volte ci incontravamo per berci una birra insieme.

Ellen. Una cacciatrice spietata. Se avevi la sfortuna di essere una sua preda, non c’erano nascondigli per metterti in salvo, nessun tipo di patteggiamento, nessuna via di scampo.  Se ti voleva morto, eri morto ancor prima di esserlo veramente.

Era anche una professionista nella sopravvivenza, sapeva seguire le tracce di un bersaglio senza alcun problema. Aveva solo il problema di essere impulsiva, a volte agiva senza pensare, ma era un ottimo agente.

Ed infine c’ero io, Michael, o Mike come tutti mi chiamavano. Ero stato per dieci anni nel corpo dei marines e avevo combattuto alcune di quelle “guerre di pace” che servivano al governo per i suo scopi. Mi ero unito al Reparto circa cinque anni fa, ovviamente, fu il comandante a chiamarmi per la mia esperienza sul campo e la mia capacità di comandare una squadra d’assalto. Lo fece anche per il forte legame che aveva con mio padre, anche se per me erano sufficienti le mie caratteristiche da soldato.

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