Dark World

Quarta di copertina

Nel 2057 la popolazione mondiale, ridotta di numero a causa della guerra scatenata da una pandemia globale, si ritrova a vivere in immense città stato sparse su tutto il globo.

Un governo autoritario prende il sopravvento con la promessa di porre fine alla violenza che ha dominato l’umanità nel passato, adottando metodi invasivi per controllare i cittadini di quelle città, in ogni istante della loro vita.

Michael Freeman, uno di quei cittadini, racconta quel mondo, mentre affronta la vita di tutti i giorni.

Ci racconta il modo con cui il governo controlla i cittadini, le violenze che subiscono per mano degli agenti delle forze dell’ordine, che, con crudeltà, impongono il volere della legge stessa.

Ci condurrà attraverso la città, la fabbrica in cui lavora, descrivendo ciò a cui è costretto ad assistere, esprimendo, per quanto possibile, il disprezzo che prova verso il governo e i metodi usati dagli agenti, trasportandoci in un mondo cupo, dove le libertà acquisite dall’umanità nei secoli, sono ormai svanite sotto la pioggia incessante che affoga quella sua città.

Disponibile in formato ebook e cartaceo presso:
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Primo capitolo

Dovrebbero essere le sei del mattino.

Non lo dico perché sono già sveglio o perché ho visto l’ora sull’orologio.

Lo dico perché quella dannata sveglia ha iniziato a suonare da qualche minuto, con quel suo orrendo cicalino che echeggia per tutto il monolocale in cui vivo.

È ora di svegliarsi, secondo lei, ma per me è solo l’ora di tornare a odiare il mondo in cui vivo, riprendendo da dove avevo interrotto la sera prima.

Vorrei prendere quella dannata sveglia, scaraventarla contro il muro e tornarmene a dormire.

Ma non posso farlo, passerei dei guai e preferirei evitare.

Mi copro con le coperte e mi giro dall’altra parte. Ma non serve a niente, quell’aggeggio infernale continua a suonare.

Vuole costringermi ad abbandonare il mondo dei sogni per immergermi in quello reale che a volte non è così diverso dal peggiore degli incubi.

«Vai al diavolo!» le urlo contro mentre premo il pulsante per spegnere quella dannata sirena.

Mi alzo e mi siedo sul bordo del letto con i piedi a terra.

Ancora assonnato mi guardo intorno per la stanza, mentre con la mano mi gratto la testa.

Lancio un’occhiata fuori dalla finestra e vedo che è ancora buio.

Si intravedono solo le luci a intermittenza di quelle fastidiose insegne pubblicitarie che mostrano continuamente quegli inutili prodotti con stupidi slogan per attirare la nostra attenzione.

«Buongiorno cittadino» sento dire alle mie spalle.

Come al solito al controllore non sfugge mai niente.

Ha visto che mi sono svegliato ed è già pronto a salutarmi con quel fastidioso modo di chiamarmi, cittadino.

Sono un umano, non un cittadino, vorrei gridargli. Abbi rispetto per ciò che sono, non per ciò che pensi che sia.

Mi volto verso quella dannata videocamera e la fisso turbato dalla sua presenza.

«Non è un buongiorno» le dico quelle parole a denti stretti e sottovoce per non farmi sentire, poi con aria disturbata le rispondo come si deve «Buongiorno controllore.»

«Oggi è martedì, venti febbraio due mila cinquantasette. Ci sono otto gradi all’esterno ed è prevista pioggia tutto il giorno» quella voce dal suono metallico proveniente dal controllore, dà anche le informazioni meteo, come ogni mattina.

Prevista pioggia, sai che novità.

Sta piovendo da settimane, da mesi, anzi a volte ho come l’impressione che non abbia mai smesso e che non abbia mai iniziato.

Con molta fatica, mi alzo in piedi e vado in bagno.

Entro in quello stanzino due metri per due e mi fermo di fronte allo specchio appeso al muro, sopra al lavandino.

Osservo l’immagine di quel tizio riflessa su quello specchio. Capelli rasati, barba incolta, occhio spento e triste.

«Chi sei? Cosa vuoi? Cosa ci fai qui?» domando a quell’immagine.

Attendo alcuni istanti per avere una risposta che so di non poter ricevere.

Prendo lo spazzolino da denti e il dentifricio ancora incartati nella loro deliziosa confezione e cerco di dare un’immagine presentabile, secondo i loro standard, a quell’essere che viene riflesso dallo specchio.

Finito di radermi, lavo il viso con l’acqua fredda, sperando che possa togliere quel senso di disagio che vivo ogni mattina.

Finito il solito rituale igienico mattutino, torno nel reparto notte del mio piccolo monolocale, concesso gentilmente dal governo, al quale devo anche pagare l’affitto mensile.

Vado a prendere i vestiti che mi stanno aspettando sopra una sedia che tengo vicina al letto. Infilo pantaloni e camicia mentre sento lo sguardo vigile del controllore su di me.

Quella dannata macchina, con il suo occhio elettronico che segue ogni nostro passo, ogni istante della nostra miserabile vita. Ci controllano ovunque, anche in casa.

E poi ci dicono che finalmente siamo liberi. Ma liberi da cosa?

Siamo trattati come prigionieri. Chiusi in una vasta prigione senza sbarre e senza recinzioni che dobbiamo chiamare città.

Ed hanno anche il coraggio di dirci che siamo liberi. Assurdo.

Sorvolo su quei dettagli, altrimenti rischio di arrabbiarmi e fare qualcosa di cui potrei pentirmi, e, finito di vestirmi, vado nel reparto giorno.

Un tavolo con un paio di sedie, un fornello e un frigorifero semi vuoto compongono la mia cucina.

Dal frigo prendo una confezione in plastica contenente la colazione dei campioni.

In quella confezione trovo un bicchiere, in plastica, con del succo d’arancia, una tazza di caffè istantaneo, ovviamente in plastica, un toast avvolto nella sua confezione, in plastica e poi la pasticca del pax da prendere ogni mattina dopo i pasti.

Inutile dire che c’è l’obbligo da parte del governo di prendere quella pasticca, anch’essa avvolta in una deliziosa confezione in plastica bianca.

Il pax è un medicinale considerato rivoluzionario che ci obbligano a prendere dopo aver compiuto i cinque anni di età per il resto della nostra inutile vita.

Ogni giorno dobbiamo prenderla.

Serve per inibire gli istinti violenti e l’aggressività presenti nell’uomo.

Inutile dire che se un giorno non venisse presa, ti ritrovi gli agenti delle forze dell’ordine in casa e puoi rischiare anche l’arresto.

Il tutto offerto dalla Breakfast Plus, azienda leader nell’alimentazione.

Viene gestita dal governo, come tutte le altre aziende del mio mondo, ed ha il monopolio assoluto sulle colazioni di tutta la città, anche nei bar o nei centri commerciali trovi i loro prodotti.

Offerto. Si fa per dire.

Tre volte al mese, in ogni casa, passa il fattorino dell’azienda

 Si presenta alla porta con il suo sorriso da ebete e ci lascia dieci confezioni di colazione, e si fa anche pagare bene l’azienda, senza escludere la mancia per il fattorino.

Finita la colazione, getto tutta quella plastica rimasta nello scarico automatizzato dei rifiuti.

Vado a prendere la giacca e poi mi avvicino alla porta.

Come il rituale richiede, resto immobile di fronte alla porta con la mano sulla maniglia e lo sguardo rivolto verso il nulla.

Come ogni mattina, cerco un valido motivo per uscire dal mio rifugio sicuro per immergermi in quel mondo che mi sta aspettando, dietro quella porta.

Come ogni mattina, mi chiedo quale sia il senso di quella vita che conduco da anni senza alcuna soddisfazione personale.

«Cittadino! Il lavoro ti aspetta!» è la voce del controllore a riportarmi alla realtà.

Mi volto verso quella macchina appesa alla mia parete e, senza dire niente, apro la porta per uscire dal mio appartamento di fretta, chiudendola dietro di me con rabbia.

«Buongiorno cittadino… hai provato il nuovo dentifricio Dentix Mint? L’unico che ti assicura un sorriso bianchissimo.»

Hanno appeso una di quelle dannate insegne pubblicitarie proprio di fronte alla porta di casa mia, come se ne fossi felice e lo abbia chiesto di persona.

Vengono definite insegne intelligenti.

In base alla fascia oraria trasmettono il tipo di prodotto più adatto. Visto che adesso è mattina, ti mostrano il miglior prodotto per l’igiene orale. Se fosse stato mezzogiorno, ti avrebbero consigliato un pasto o un ristorante.

Ma non si basano solo sulle fasce orarie. Quelle dannate insegne controllano anche le tue azioni.

Stai guardando l’orologio? E tac, ti mostrano un nuovo orologio.

Ti stai allacciando le scarpe? E tac, ti mostrano un nuovo paio di scarpe.

Ti stai aggiustando la giacca? E tac, ti mostrano un nuovo modello di giacca alla moda.

E via dicendo. Non ti danno tregua per farla breve.

Mostrando indifferenza e disgusto verso quelle stupide insegne pubblicitarie, mi incammino verso la strada sotto casa per dirigermi al lavoro, come faccio ogni mattina.

Come annunciato dal controllore, sta piovendo e c’è anche una leggera nebbiolina per la strada, che è già invasa da altri cittadini che stanno andando al lavoro, anziani che vanno a fare la spesa e dai più giovani che vanno negli istituti educativi per venire formati e educati dal governo stesso.

Ormai neanche mi soffermo più su quella gente, anzi, fingo che non esistano.

Mi incammino per la strada dirigendomi alla fermata dell’autobus.

Come ogni mattina, mi guardo intorno con il mio solito disgusto.

Telecamere di videosorveglianza ovunque, in ogni edificio e in ogni angolo, che ci controllano garantendo la nostra sicurezza, almeno questo è ciò che ci dicono.

Ma quello non è abbastanza per garantire la sicurezza.

Negli ultimi anni, si sono attrezzati anche di droni aerei.

Sistemi automatizzati che controllano le strade dall’alto; volano sopra le nostre teste, con le loro eliche silenziose, muniti di videocamere e mitragliatrici, ben nascoste, si intende.

Infine, tanto per gradire, ci sono gli agenti delle forze dell’ordine, vestiti con le loro divise nere con giubbotto antiproiettile, la pistola in un fianco e un manganello nell’altro, e, a completare la divisa del buon soldato, in testa indossano il casco antisommossa.

Procedo verso la fermata dell’autobus, cercando di coprirmi dalla pioggia col cappuccio della giacca.

Cammino a testa bassa lungo il marciapiede, evitando pozzanghere e le altre persone, quando mi trovo di fronte a me un agente.

«Cittadino! Testa alta per la strada!» mi urla con tono autoritario.

Sollevo lo sguardo verso l’agente e lo fisso alcuni istanti.

«Mi scusi agente» rispondo educatamente mostrando rispetto per la divisa che indossa.

L’agente rimane immobile di fronte a me per alcuni istanti e poi, per mia fortuna, mi lascia andare.

A volte me ne dimentico, cioè fingo di dimenticarmene, ma è severamente vietato camminare in strada con la testa rivolta verso il terreno, soprattutto se indossi un cappuccio.

In quei casi le telecamere non riescono a identificarti e al governo non piace non poter identificare i cittadini quando passano di fronte ai loro sistemi di sicurezza.

Per mia fortuna quell’agente mi ha lasciato andare, altrimenti mi sarei beccato una multa o peggio, se avessi reagito in maniera, diciamo, non approvata dal governo.

In tal caso sarei stato spedito dal supervisore che mi avrebbe analizzato, ponendo domande imbarazzanti e personali, e se non avessi passato l’esame, avrei anche corso il rischio di essere spedito alla rieducazione.

Personalmente, preferisco ammettere di aver sbagliato, piuttosto che comportarmi da rivoluzionario e finire in quelle strutture governative. Non per codardia, ma per istinto di sopravvivenza.

Sono appena arrivato alla fermata dell’autobus dove trovo una trentina di persone che stanno già aspettando.

Alcuni di loro lavorano alla mia fabbrica, anche se in reparti diversi, lo so perché li incontro ogni mattina, ma non li conosco di persona.

Vado a sedermi alla panchina poco distante da me.

Gli altri se ne stanno in piedi ad aspettare che l’autobus arrivi, pronti a salirci sopra appena arriva e prendersi i posti migliori.

Alcuni stanno leggendo i giornali, in formato digitale e nei loro tablet, per passare il tempo, altri stanno parlando tra loro normalmente.

Io resto qui, in silenzio, sulla mia panchina, impersonando quel ruolo da emarginato come faccio da molto tempo.

Con la coda dell’occhio noto l’agente che ho incontrato poco prima.

Mi sta osservando con molta attenzione, non ne capisco il motivo. Per non correre rischi, tolgo il cappuccio dalla testa e me ne resto seduto con aria indifferente.

Già, dimenticavo, anche qui abbiamo la solita insegna pubblicitaria che sta mostrando proprio adesso una nuova rivista di informazione.

Mi viene da ridere nel pensare che ci sia gente che legge quella roba.

Dicono che lo fanno per tenersi informati.

Ma di cosa?

Quelle riviste sono controllate dal governo. Non dicono come stanno le cose, Mostrano una falsa verità solo per mantenere viva la propaganda, per garantirsi la sopravvivenza e per farci credere di vivere in un mondo perfetto, come lo chiamano loro.

Finalmente, vedo che l’autobus sta arrivando.

Le persone intorno a me si stanno già preparando per salire.

Io aspetto qui seduto, non ci penso proprio a mettermi in coda adesso per prendermi spinte e gomitate.

Non ho fretta di salire, come non ho fretta di andare a lavorare in quella dannata fabbrica dove dovrò trascorrere l’intera giornata.

Ci vado solo perché sono obbligato, niente di più.

L’autobus si ferma proprio di fronte a quelle persone tanto ansiose di andare a lavorare. Ansiose di buttare all’aria dieci ore della loro vita, chiusi in una fabbrica.

L’autista alla guida apre le porte per far scendere i passeggeri a bordo, mentre gli altri che devono salire, sono già in coda di fronte all’altra porta, in fondo al mezzo di trasporto.

Scendono quattro o cinque persone nel frattempo.

Svuotato l’autobus, la porta per la salita viene aperta e tutta quella massa di cittadini riesce a salire a bordo.

In quell’istante mi incammino verso quel mezzo di trasporto, salgo anch’io e mi avvicino ad una maniglia per tenermi, posizionandomi tra un paio di uomini.

L’autobus parte dopo alcuni minuti, quando l’autista vede che tutti i passeggeri sono saliti a bordo.

All’interno ci sono le solite telecamere, come per la strada, e quei monitor che mostrano le notizie del giorno.

Alcune persone le stanno seguendo con molta attenzione. Ma è la stessa storia delle riviste, mostrano ciò che il governo vuole che vediamo. E la gente ci crede.

A volte mi sembra assurdo tutto quello che capita intorno a me.

La gente crede a tutto quello che il governo le dice senza porsi domande, senza mostrare dubbi sull’attendibilità di ciò che gli viene detto, come crede che tutti quei sistemi di sicurezza siano utili alla comunità.

Invece non lo sono, ci privano di ogni libertà.

Siamo come carcerati in un mondo aperto, dove i secondini passano le giornate ad osservarci e a controllare ogni nostra azione, mentre noi possiamo andare quasi ovunque.

E pensare che un tempo ero come loro, sempre rispettoso del governo, fiducioso in quei sistemi di sicurezza adottati per noi.

A volte partecipavo anche a incontri di politica.

Poi un giorno mi sono svegliato, ho aperto gli occhi su quel mondo.

Ho compreso che quella società aveva dei difetti e che non rendeva le persone libere come ci faceva credere.

Da quel giorno, ho iniziato a odiare tutto e tutti.

Ed ecco la fabbrica.

Un’immensa area industriale, circondata da una recinzione elettrificata, grande quanto una piccola città dove vengono a lavorare circa cento mila persone.

La fabbrica è divisa in diversi edifici, ognuno dei quali dedicati ad un certo tipo di prodotto.

Fanno di tutto, dal cibo agli elettrodomestici, dai vestiti ai computer.

Qui produciamo e collaudiamo anche i droni aerei delle forze dell’ordine.

Io sono uno degli ingegneri che lavora ai collaudi di quei droni.

Svolgo un’attività marginale. Mi occupo solamente di verificare che i sistemi funzionino prima di inviarli alle sedi governative delle forze dell’ordine. Lavoro al reparto dei collaudi in pratica.

Non mi è permesso accedere al sistema di guida di quei droni, né tanto meno ai sistemi di armamenti.

Verifico che riescano a volare e a svolgere il loro lavoro, niente di più.

Inutile dire che anche qui ci sono gli stessi sistemi di telecamere che si trovano in città, come è inutile dire che ci sono agenti delle forze dell’ordine ovunque.

All’entrata ci controllano aprendo le nostre borse e controllandoci i vestiti.

All’uscita subiamo lo stesso trattamento, anche se più accurato.

Una volta hanno beccato un tizio che stava portando via delle medicine per la moglie malata. È stato arrestato all’istante e di lui non se n’è saputo più niente, sotto lo sguardo indifferente delle persone che gli stavano intorno.

Io cerco di rigare dritto, non voglio problemi con nessuno. Cerco di rispettare quelle regole imposte da quello che chiamano piano di rinascita globale, cercando di mantenere il mio pensiero libero da tutto ciò che vedo e sento.

Quando esco dal lavoro, me ne torno a casa, nel mio rifugio sicuro. Così lo chiamo da qualche anno. Anche se di sicuro ha ben poco.

Telecamere di fronte alla porta e quel controllore appeso alla parete, mi ricordano continuamente che vivo in questo mondo, per non parlare dei droni che volano là fuori e che spesso si avvicinano alle finestre delle abitazioni per controllarne l’interno.

Comunque, passo la serata a rilassarmi e a cercare di non pensare a niente.

A volte mi metto ai videogiochi, approvati dal governo si intende, oppure guardo quegli inutili programmi televisivi, interrotti ogni dieci minuti dagli spot pubblicitari o dalle campagne di propaganda del governo.

A volte vado nel bar a un paio di isolati da casa mia a farmi una birra, anche se lo faccio solo per il supervisore, che mi ricorda ad ogni visita, che devo avere una vita più socievole.

Nel fine settimana vado ai centri commerciali, per fare la spesa. In genere vado durante l’ora di pranzo o di cena, quando c’è meno gente. Lo faccio per evitare di perdere tempo in interminabili code alle casse.

Giusto, ora che ci penso, dimenticavo il supervisore, o agente dei servizi sociali, chiamiamolo come meglio crediamo.

Vado in visita da lui una volta al mese per una seduta da sessanta interminabili minuti.

Ogni volta mi pone domande sulla società e sulle mie frequentazioni, oppure sulla mia vita e sul lavoro, poi invia i dati al governo della città per assicurarsi che sia un sostenitore del partito e che anche io sia un buon cittadino.

Alla maggioranza delle domande rispondo mentendo, ma devo prestare attenzione poiché usano una macchina che calcola i livelli di stress del paziente nel tentativo di individuare eventuali bugie.

Ma sono bravo, so come controllare le mie emozioni.

Conosco già le risposte a quelle domande, basta solamente dire ciò che dicono gli slogan governativi adattandoli al nostro modo di parlare.

Non sembra facile, ma mi alleno prima di ogni visita.

Ormai vengo sottoposto a quel tipo di trattamento da quasi un anno e dovrò farlo per almeno altri sei mesi, sperando che mi riconoscano il titolo di buon cittadino pentito.

Vengo sottoposto alla visita del supervisore a causa di un diario.

A tutti i cittadini è permesso tenere un diario dove scrivere i propri pensieri o gli eventi della giornata, a patto che sia in formato digitale, cioè che venga scritto sul proprio computer.

In questo modo il governo può controllare ciò che scrivi e avere pieno controllo sulle attività giornaliere di ogni cittadino e, cosa più importante, che non abbia idee contrarie alla propaganda stessa.

Nel mio caso, il diario era, diciamo, alla vecchia maniera.

Un vecchio quaderno di carta dove scrivevo a penna i miei pensieri o delle poesie.

Normalmente lo scrivevo quando entravo in bagno, unico posto in cui non ci sono telecamere, almeno è quello che ci dicono.

L’anno scorso, per errore, avevo lasciato il quaderno sopra il water, e uscendo dal bagno, lasciai la porta aperta e il controllore lo vide.

Mi sono fatto una settimana di carcere per aver usato il quaderno di carta.

Potevo rischiare di più, ma solo se avessi scritto frasi contro il governo, cosa che non ho mai fatto.

Una volta uscito di prigione, mi obbligarono ad incontrare il supervisore una volta al mese.

Quindi, ad ogni visita, dicevo loro di aver capito il mio errore e che non lo avrei mai fatto di nuovo. Anche se avrei voluto chiedere loro come si potevano permettere di privare di quelle libertà i cittadini.

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