Athena

Quarta di copertina

Nell’anno duemila ottanta sette l’aumento della popolazione mondiale contribuisce a creare il malcontento in tutto il pianeta.

A causa della povertà e della disoccupazione, molti si riversano per le strade per manifestare contro il governo.

Per placare gli animi e per dare una possibilità a tutti di vivere, viene creato un mondo virtuale chiamato Atlantis.

Al suo interno, gli utenti possono crearsi una seconda vita e guadagnare soldi che possono venire spesi anche nel mondo reale.

Sarah, una emarginata che vive di piccoli furti, entra nel mondo di Atlantis per tentare di vivere con quel gioco e, col tempo, diviene un cacciatore di taglie, per poi diventare un sicario al soldo di un criminale che ha espanso il suo dominio anche in quel mondo virtuale.

Divenuta un’assassina con centinaia di uccisioni sulle spalle, Sarah si ritrova braccata nel mondo reale da quegli stessi utenti a cui dava la caccia all’interno di Atlantis.

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Primo capitolo

Nell’anno duemila ottanta sette, la popolazione umana raggiunse il temuto traguardo di diciotto miliardi di individui.

Una crescita demografica senza controlli mise in difficoltà l’economia globale e soprattutto il governo centrale, che non era pronto ad affrontare una tale situazione, nonostante avesse tentato di ostacolarla durante gli anni limitando le famiglie ad avere un unico figlio.

Nei paesi più poveri, dove la crescita demografica saliva senza alcun controllo e in maniera spropositata, scoppiarono delle guerre e delle pestilenze.

Secondo quelli che non credevano alla versione ufficiale dei fatti, quelle guerre e quelle pestilenze vennero organizzate dal governo centrale stesso per tentare di contenere la crescita demografica in quei paesi.

Purtroppo, però, neanche tutto quello spargimento di sangue servì a qualcosa.

Nonostante quelle soluzioni drastiche avessero influito sul numero degli individui che vivevano in quei paesi, una volta portate e termine, la popolazione tornò a crescere senza limiti riproponendo la situazione trovata prima di adottare quelle misure.

Nei paesi più ricchi la situazione non era così diversa.

Nonostante la crescita della popolazione fosse contenuta con l’aumento del costo della vita, che non permetteva a tutti di avere figli, e quelle leggi sulle restrizioni sulle nascite, anche quei paesi ebbero lo stesso problema.

Fu l’arrivo di quella gente in fuga dai paesi più poveri a provocare l’aumento demografico in pochi decenni, mettendo anche a rischio le grandi metropoli della Terra.

Ovunque aumentò la povertà e, di conseguenza, la criminalità.

Alcune periferie delle grandi città erano divenute così pericolose che riuscivano a tenere lontani anche gli agenti delle forze dell’ordine, malpagati e sfruttati oltre i loro limiti, che preferivano tenersi a debita distanza da quei posti.

Inoltre, con l’aumento della popolazione mondiale, aumentò anche l’inquinamento atmosferico e lo sfruttamento delle risorse naturali che il pianeta riusciva ancora a fornirci.

Le grandi industrie del pianeta furono costrette ad aumentare la produzione giornaliera in modo da poter immettere sufficienti prodotti sui mercati, arrivando anche al punto di dover aumentare il prezzo di vendita.

Fu quello il motivo principale per cui i livelli di inquinamento raggiunsero soglie mai raggiunte prima, provocando nuove malattie respiratorie nelle persone più fragili e in quelle che vivevano nei pressi delle grandi industrie.

Con l’aumento della produzione industriale e per ridurre i costi di quelle multinazionali, vennero costruiti dei droidi lavoratori che riuscirono a ridurre la richiesta di manodopera umana, permettendo una produzione continua e a basso costo.

Per quanto i droidi lavoratori aiutassero le grandi multinazionali riducendo i costi di produzione e aumentando quest’ultima, ci fu una conseguenza più grave che influì su tutto il pianeta, ovvero la disoccupazione.

Molti si ritrovarono senza un lavoro in poco tempo e la povertà dilagava ovunque alimentando un malcontento globale che si manifestò con delle rivolte, a volte anche piuttosto violente, verso il governo che permetteva a quelle multinazionali di adottare quei comportamenti verso l’umanità.

Per contenere quelle rivolte si tentò dapprima con la diplomazia, poi vennero istituiti dei sussidi per aiutare la gente.

Quando il governo si accorse che le belle parole e quei soldi, che concedevano alle persone in difficoltà, non servirono a niente, fu costretto ad inviare l’esercito per cercare di placare le masse scatenate.

Alcune città vennero messe a ferro e a fuoco da quegli scontri che videro morire diversi civili, forse anche troppi, che volevano solamente sopravvivere in quel mondo che li aveva ridotti alla fame.

La pace venne ripristinata con l’uso della forza negli anni a venire, anche se fu l’intervento di un un’industria leader del settore dell’intrattenimento a calmare il malcontento globale, dando a quella povera gente la possibilità di guadagnarsi da vivere.

Quell’azienda creò un videogioco chiamato Atlantis.

Atlantis era un mondo virtuale immenso e ben costruito.

All’interno di quel gioco ogni utente che vi accedeva poteva crearsi il proprio avatar, affibbiandosi un nome fittizio, per poi muoversi in completa libertà al suo interno e avere perfino un lavoro.

L’idea del realizzatore di quel mondo virtuale era quello di permettere alle persone di guadagnare dei soldi, mentre si impegnavano a farlo crescere, in modo da poterli usare anche nel mondo reale, concedendo a quegli stessi utenti i mezzi dispensabili per vivere.

I sistemi per accedere ad Atlantis vennero distribuiti gratuitamente alle masse e fu una manovra promozionale molto azzeccata, poiché quelli più poveri poterono avere la loro possibilità di guadagnarsi da vivere senza rubare o scatenare violenze contro i governi.

A prima vista sembrò che quel videogioco, dove molti trascorrevano gran parte della giornata, fosse una soluzione positiva per poter permettere ai meno fortunati di sopravvivere.

Il governo centrale stesso fu lieto di vedere come il pubblico lo apprezzasse, come fu lieto nel constatare che il malcontento, che aveva regnato negli anni precedenti, era divenuto solamente un brutto ricordo.

Purtroppo, però, non furono solo gli onesti cittadini ad accedere ad Atlantis.

Col tempo, anche le organizzazioni criminali, nel tentativo di allargare il proprio giro di affari, entrarono in quel gioco e iniziarono a dettare legge, la loro legge.

Quel mondo virtuale, nato con dei sani princìpi, vide muoversi al suo interno quegli squallidi criminali che organizzavano omicidi e rapine, proprio come facevano nel mondo reale.

Quella situazione obbligò i creatori stessi a formare dei gruppi di cacciatori di taglie che cercavano di ripristinare l’ordine all’interno di Atlantis dando una caccia spietata e senza confini a quei criminali.

Come per tutto ciò di buono che aveva costruito l’umanità durante la sua lunga esistenza, anche Atlantis venne inquinata dalla sua cattiveria e dalla sua bramosia di potere.

Anche in quel mondo perfetto, arrivò la stessa violenza che si poteva vedere nel mondo reale e alcuni utenti furono costretti ad abbandonarlo completamente per evitare di vivere in un posto del genere.

* * * * *

In quanto a me, mi chiamo Sarah Agathon e sono nata in una delle periferie più povere della mia città, proprio durante una delle tante sommosse cittadine di diversi anni prima.

La mia vita risultò difficoltosa dal primo momento in cui misi la testa fuori dal grembo di mia madre.

Nata sottopeso e prematura, i medici mi infilarono all’interno di una incubatrice, dicendo a mia madre che non sapevano se fossi riuscita a superare la notte, la mia prima notte.

Eppure, nonostante tutti i pronostici mi davano contro, riuscii a sopravvivere sotto gli occhi stupiti di quei medici che non mi davano alcuna speranza.

Mia madre riuscì a portarmi a casa dopo alcune settimane dalla mia nascita, dopo che i medici si assicurarono che fossi abbastanza forte per lasciare l’ospedale.

Fu quel giorno che iniziarono i miei veri problemi.

Anche oggi, a distanza di anni, mi chiedo perché non sono morta in quell’incubatrice, evitando tante sofferenze e una vita priva dell’amore dei miei genitori.

I miei genitori non avevano le caratteristiche, né tanto meno la forza, per assumersi le responsabilità del ruolo che il destino aveva riservato per loro.

Mio padre passava gran parte della giornata all’interno di quel mondo virtuale.

Quando tornava nel mondo reale trascorreva le ore rimanenti ad ubriacarsi nei locali peggiori della periferia.

Con mia madre litigavano spesso.

Anche se ero solo una bambina che muoveva i suoi primi passi in quel mondo tutto nuovo, riuscivo a percepire i loro problemi ed assistevo alle loro continue liti che divenivano ogni giorno più violente.

Nonostante l’atteggiamento irresponsabile che tenevano e quel rapporto travagliato che stavano vivendo insieme, non erano mai arrivati a riversare i loro disagi su di me.

Non mi avevano mai messo in mezzo a quelle liti, come non avevano mai usato violenza su di me.

Quando raggiunsi i sei anni di età, mio padre, forse stanco di quella vita travagliata, abbandonò me e la mamma.

Una sera, mentre eravamo soli in casa, quell’uomo mi prese in braccio e mi guardò dritto negli occhi accennando al primo sorriso che gli vidi in volto senza che fosse provocato dall’alcool.

Mi tenne tra le braccia e si mise a canticchiare una canzone che dimenticai col tempo, mentre si muoveva per la stanza dondolandomi come se stesse danzando con me che lo guardavo sorridendo, felice di avere quelle sue attenzioni.

Trascorsi vari minuti tra le sue braccia, forse i più intensi che avevo vissuto con quell’uomo, forse anche gli unici.

Lui mi stringeva forte, ma non in modo eccessivo.

Il suo abbraccio sembrava più un gesto per proteggermi, per trasmettermi qualcosa che non era mai riuscito a trasmettermi da quando ero nata.

Rimasi tra le sue braccia fino a quando si fermò dolcemente per poi mettermi a sedere sul divano.

Quell’uomo si inginocchiò di fronte a me e rimase a fissarmi per svariati istanti, senza mai abbandonare quel sorriso che aveva avuto in volto per tutto quel tempo.

«Sappi… piccola mia… che mi dispiace… mi dispiace profondamente» borbottò prima di rialzarsi in piedi.

Nei suoi occhi, che fino a pochi istanti prima erano colmi di gioia, intravidi un velo di tristezza.

In quell’istante allungai le braccia verso di lui, come volessi chiedergli di prendermi nuovamente in braccio, ma lui rimase immobile a guardarmi con quell’espressione triste in volto.

Poco dopo, prese la giacca che aveva appoggiato su di una sedia e se ne andò via dall’appartamento in cui vivevamo.

In quel momento pensai che mi stesse facendo uno scherzo; invece, quell’uomo se ne andò e non tornò mai più.

Mia madre tornò a casa poche ore più tardi, ma si rese conto pochi giorni dopo che il suo uomo, il padre di sua figlia, l’aveva lasciata.

I giorni seguenti all’abbandono del suo uomo, lei sembrava avesse ritrovato la forza che aveva dentro.

Si dava da fare per cercare di tirarmi su, di permettermi di crescere, se così avrei potuto dire.

Per alcune settimane la vidi sorridente, più rilassata del solito.

Pensavo che l’atto di mio padre l’avesse veramente donato la forza per andare avanti e per rivolgere tutte le sue attenzioni su di me.

Ma mi sbagliavo.

Quando realizzò che era stata abbandonata completamente da quell’uomo e che non sarebbe più tornato da lei, andò incontro a dei seri problemi che la accompagnarono per il resto della vita.

Quella donna era stata ferita nel peggiore dei modi da mio padre e quello fu solo l’inizio della sua fine.

La donna cadde in depressione pochi mesi dopo che venne abbandonata e iniziò ad assumere quella droga sintetica che girava per le strade, procurandosela donando il suo corpo agli spacciatori.

Con mia madre continuamente in mano a quelle droghe e nel letto dello spacciatore di turno, fui costretta a crescere da sola, per la strada.

Continuai ad andare a scuola fino al compimento dei sedici anni, età in cui finiva l’obbligo scolastico.

Non avendo nessuno ad aiutarmi, iniziai ad arrangiarmi con piccoli furti per poter avere qualche soldo in modo da poter riempire lo stomaco.

Ogni giorno raggiungevo le vie più trafficate della città, dove potevo trovare gente piuttosto benestante a cui rubare ciò che avevano di più prezioso, per poi rivendere il materiale ad un rigattiere del quartiere che poi rivendeva la merce nel suo negozio.

Coi furti ero diventata piuttosto brava e riuscivo a sopravvivere abbastanza bene, nonostante sapessi che avrei passato dei guai prima o poi.

Ma andai avanti lo stesso, senza pretendere qualcosa di meglio e che sapevo non avrei mai trovato.

Purtroppo, ero un’emarginata che viveva in periferia e quelli come me non potevano avere molto dalla vita, dovevano arrangiarsi coi propri mezzi.

* * * * *

Dopo alcuni anni ci fu un evento che cambiò la mia vita.

Arrivò una sera mentre mi trovavo a cena nel mio piccolo e malridotto monolocale, lasciato in eredità dalla donna che mi aveva messo al mondo e che non vedevo da diverse settimane.

Quell’evento che avrei potuto considerare tragico, se non avesse coinvolto la donna che mi aveva donato la vita per poi rovinare la sua, mi portò involontariamente verso quello che fu la mia salvezza.

Purtroppo, però, quell’evento che riuscì a darmi la speranza di vivere una vita migliore, lontana dalle strade, si rivolse contro di me proprio nel momento in cui ne stavo traendo il miglior vantaggio.

Da un certo punto di vista, avrei potuto dire che quanto mi accadde fosse solo la conseguenza della scelta che presi in quel periodo, quella che mi diede una speranza facendomi dimenticare il peggio che avevo vissuto durante la mia vita.

Nonostante quanto mi accadde mi confuse e mi scoraggiò, cercai di affrontare gli eventi seguenti con coraggio e a testa alta, come sempre avevo fatto. Con una pistola in mano e lo stesso istinto di sopravvivenza che non mi aveva mai abbandonato dal primo giorno che avevo aperto gli occhi, affrontai quell’assurda situazione senza tirarmi indietro.

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