Ellen Thrace

Quarta di copertina

Rimasta orfana, e senza un tetto sulla testa, all’età di sedici anni, Ellen si unisce ad una banda di criminali per non morire di fame.

Dopo essersi fatta strada nel mondo della criminalità, le viene offerto un nuovo lavoro che non può rifiutare, uccidere un malvivente che sta disturbando gli affari della sua banda.

Ucciso il malvivente, Ellen si trova circondata da alcuni poliziotti che la arrestano per poi portarla alla centrale di polizia.

Qui, viene interrogata dall’agente speciale Johnson che, dopo aver esaminato la sua fedina penale, le annuncia di dover finire in una carcere governativo per il resto della sua vita.

Considerando la preparazione di Ellen, l’agente le offre una scelta, finire in carcere oppure indossare una divisa e andare a combattere su Marte.

Ellen, dopo una nottata trascorsa in cella, decide per la vita militare e andrà su Marte, dove scoprirà un segreto che il mondo intero deve conoscere.

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Primo capitolo

Erano passati diversi decenni da quando il genere umano aveva iniziato ad inviare sonde completamente automatizzate sul pianeta rosso, cioè Marte, per studiarne la superficie e l’atmosfera.

Quelle sonde, frutto di un progresso tecnologico senza uguali e di anni di studi da parte delle agenzie spaziali, si immersero nella solitudine della superficie marziana, seguiti costantemente dagli occhi attenti di scienziati e ingegneri, che ne studiavano le attività dalla Terra.

Quelle sonde avevano il compito di studiare la composizione fisica del suolo marziano, con lo scopo di trovare tracce di vita e la presenza di acqua.

Anche imbattersi in semplici microorganismi o batteri avrebbe rappresentato un successo per quegli ingegneri che si erano impegnati nel realizzare quelle sonde.

Purtroppo però, nonostante gli impegni, quelle sonde non ebbero alcun successo.

Non riuscirono a trovare nulla di interessante.

Riuscirono solamente ad accumulare sabbia sui propri pannelli solari e a lasciare tracce del loro passaggio sulla sabbia che copriva il suolo marziano.

Dopo alcuni anni dall’avvio di quelle spedizioni sul suolo marziano, arrivò un uomo, considerato un pazzo da molti e un visionario da pochi, che investì gran parte dei suoi capitali e delle sue risorse, per costruire astronavi che potessero raggiungere il pianeta rosso con a bordo degli astronauti.

Quell’uomo, dopo anni di insuccessi, di fronte ai quali non accennò mai a scoraggiarsi o a dare segni di volere sospendere l’impresa che si era prefissato, riuscì a raggiungere il suo obiettivo e a mantenere fede alla promessa fatta all’intero genere umano.

Riuscì a costruire un’astronave in grado di raggiungere il pianeta rosso, ci mise a bordo una ventina di astronauti, selezionati tra tutti i popoli della Terra, e li spedì nelle immensità delle distanze cosmiche fino a raggiungere l’orbita di Marte.

Quell’evento segnò un nuovo inizio nell’era spaziale, ovvero la conquista umana di un pianeta non terrestre.

Vantando del successo ottenuto con quella missione, quell’uomo acquisì più capitali, più risorse e più appoggi dalla comunità globale, che gli permisero di proseguire con il suo sogno di costruire una colonia permanente su quel pianeta.

Grazie a quegli aiuti, costruì astronavi più grandi e più veloci.

In pochi anni inviò centinaia di umani su Marte, i quali riuscirono ad insediarsi sulla sua superficie dopo aver costruito la prima colonia marziana.

Quel giorno segnò un nuovo inizio per l’intera umanità.

A centinaia, anzi, a migliaia, lasciarono la Terra per dare il proprio contributo al progetto Marte.

La piccola colonia si espanse in pochi anni trasformandosi in una città vera e propria.

Alcuni di quei coloni, curiosi di scoprire quel nuovo mondo che si presentava di fronte ai loro occhi, decisero di esplorare la superficie marziana.

Così, armati di estremo coraggio, iniziarono a girovagare per tutto il globo e ad inviare informazioni all’umanità che seguiva, a testa in su e con passione, quelle eroiche gesta.

Secondo la leggenda, ciò che le corporazioni ci raccontavano a riguardo, quegli esploratori si imbatterono in alcune gallerie che conducevano nel sottosuolo marziano scendendo al suo interno di centinaia di chilometri.

All’interno di quelle gallerie, trovarono un’atmosfera respirabile, grazie a un tipo di alga che produceva ossigeno e altre che producevano un’illuminazione naturale e costante.

Ma le loro scoperte non finirono lì.

All’interno di quelle gallerie si imbatterono nei veri abitanti di Marte che vennero ribattezzati col termine di nativi.

Quei nativi erano simili agli umani, ma la pelle era leggermente più chiara, gli occhi più grandi e vivevano all’interno di quelle gallerie da secoli.

Da ciò che raccontavano, si rifugiarono nel sottosuolo per sopravvivere a quella catastrofe cosmica che rese il pianeta rosso inabitabile e inospitale alla vita, almeno in superficie.

Al primo incontro coi loro fratelli cosmici, così ci definirono, furono entusiasti nel vedere che non fossero soli nell’immensità del cosmo.

Ma, in seguito, vedendo che molti umani si stavano trasferendo sul loro pianeta, i nativi se ne lamentarono e considerarono quei coloni come invasori non graditi.

Con la diplomazia cercarono di porre un freno a quella colonizzazione sfrenata della loro casa, chiedendo di allontanare alcuni dei coloni.

Ma quando si resero conto che le parole non erano sufficienti per convincerli a lasciare il loro pianeta, passarono alle maniere forti.

Inevitabilmente, scoppiò una guerra.

Quella fu la prima guerra interplanetaria dell’essere umano.

Molti si sentirono obbligati ad arruolarsi nella fanteria dello spazio, come venne chiamato l’esercito destinato a quella guerra, e impugnarono le armi per andare a combattere quella guerra così lontana dalle loro case.

Tra tutti quegli idioti che abbandonarono le proprie case, le proprie famiglie e le proprie vite per andare a combattere quella stupida guerra, c’ero anche io.

Onestamente, quella di entrare a far parte della fanteria dello spazio non fu una mia scelta personale, ma ne fui obbligata dalle scelte di vita che avevo dovuto intraprendere per non morire di fame, dopo la tragedia che colpì la mia famiglia.

Ero nata nella periferia est di Capital City circa venti anni dopo lo scoppio di quella guerra, dove vissi i miei primi anni di vita con la mia famiglia biologica per poi finire a vivere con altra gente.

Quando ero solo una piccola bambina di nove anni, con le treccine e le lentiggini, mio padre morì a causa di un incidente nel cantiere in cui lavorava.

Dopo la sua morte, rimasi con mia madre che doveva fare due lavori per permettermi di crescere meglio che potevo e per pagare le spese processuali.

Quella donna, che non aveva ricevuto alcun risarcimento per la morte del marito, accusò la corporazione per cui lavorava mio padre, dicendo che non aveva adottato le adeguate misure di sicurezza.

Ovviamente, quella povera donna perse la causa e non ottenne nulla in cambio, nonostante avesse lottato per anni con avvocati e giudici.

In fondo, come poteva competere una povera donna che viveva in periferia, contro avvocati pagati a peso d’oro che riuscirono a sminuire il lavoro di quelli pagati da lei stessa.

Ridotta quasi sul lastrico, si ritrovò costretta a lavorare giorno e notte per poter vivere e pagare tutte le spese legali.

Quella povera donna, distrutta dalla vita che le era stata imposta, morì pochi anni dopo, quando avevo quasi sedici anni, lasciandomi sola al mondo, senza soldi e senza una spalla su cui piangere.

Il proprietario del monolocale in cui ci trovavamo, sapendo che non avrei mai avuto i soldi per pagare l’affitto, non ci pensò due volte a cacciarmi via.

Quell’uomo non provò nemmeno un briciolo di compassione di fronte ad una ragazzina rimasta orfana e povera.

Poco dopo il funerale di mia madre, mi ritrovai a dormire in strada tra la spazzatura e quei relitti umani che non riuscivano a trovare un posto di lavoro o che erano stati del tutto emarginati dalla società stessa.

Sopravvivere non fu affatto facile.

La sovrappopolazione e il conseguente aumento della povertà, mi impedivano in ogni modo di trovarmi un lavoro onesto che mi permettesse di vivere.

Indebolita dalla fame e distrutta dalla disperazione di non riuscire a trovare un minimo aiuto dal mondo che mi circondava, pensai di unirmi ad una piccola banda di criminali che sopravviveva compiendo piccoli furti o spacciando droga sintetica per la strada.

Fu quello il mio primo lavoro che mi permise di rialzarmi in piedi e di riempirmi lo stomaco.

Costretta dalla crudeltà del mondo in cui vivevo e dalle difficoltà della vita che si erano presentate a me, diventai uno spacciatore di droga che poi vendevo per le strade di Capital City.

Nonostante non fosse la vita che avrei voluto, né tanto meno quella che la mia famiglia avrebbe voluta per la loro unica figlia, era meglio che niente.

Mi permetteva di avere due pasti al giorno, a patto che fossi riuscita a vendere la quantità di droga che mi davano, e un posto caldo dove dormire.

Rimasi a vivere con quei criminali, anche se non mi piaceva.

Ogni volta che venivo pagata, mettevo in una piccola cassaforte, che tenevo ben nascosta da tutti, una parte di quei soldi.

L’idea era di accumularne il più possibile fino a quando mi avrebbero permesso di andarmene da tutto quello schifo a cui assistevo ogni dannato giorno.

Quando non mi trovavo in strada a spacciare droga, oppure quando non venivo coinvolta in qualche rapina, venivo portata in qualcosa simile ad una palestra, dove mi insegnarono ad usare le armi e mi addestrarono nel combattimento corpo a corpo.

Col tempo divenni forte e letale, sia con le pistole che a mani nude.

Niente e nessuno poteva fermarmi.

Gli altri ragazzi che facevano parte del mio gruppo dicevano che avrei fatto strada nel mondo della criminalità.

Mi faceva piacere udire quelle parole.

In fondo mi impegnavo costantemente in quegli addestramenti e davo il massimo ogni volta, visto che il fallimento non era ben visto e che la punizione sarebbe stata quella di ritrovarsi con lo stomaco vuoto o qualcosa di peggio.

Mio malgrado, quella vita mi calzava a pennello e credevo in ciò che facevo.

Così, andai avanti in quel mondo. Mi feci strada come meglio potevo, con le armi e a mani nude, ignorando come sarebbe stata sconvolta la mia vita nell’arco di una dannata serata in uno stupido locale di quella maledetta città.

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