L’ultima donna

Nota dell’autore

Sono Michele Scalini, l’autore di questo libro.

La mia attività principale è quella di tecnico programmatore nell’ambito dell’automazione industriale.

Attività che svolgo da più di venti anni.

Come racconto in questo libro sono spesso in viaggio per lavoro in Italia e all’estero.

Da alcuni anni scrivo libri nel poco tempo libero che ho a disposizione.

Vorrei fare delle precisazioni riguardo alla storia che stai per leggere.

Nei primi sei capitoli racconto quanto mi è accaduto durante lo scoppio della pandemia che ha cambiato il nostro mondo, quando mi trovavo in trasferta nella lontana Nuova Zelanda.

Quindi, quei primi capitoli sono stati tratta da una storia vera, la mia.

Nei capitoli seguenti la storia è del tutto frutto della fantasia.

Ciò che vorrei chiarire fin da subito è che le titubanze che esprimo nei riguardi dei vaccini sono da interpretare solamente come introduzione ai capitoli successivi.

Quarta di copertina

Michele si reca per lavoro in Nuova Zelanda mentre nel suo paese vengono trovati dei casi di un nuovo virus che avanza nel mondo.

Trovatosi in quel paese lontano, assiste all’aumento dei contagi nel mondo mentre pensa di trovarsi al sicuro proseguendo nella solita vita.

Le cose si complicano quando l’epidemia lo raggiunge e rimane bloccato in quel paese senza la possibilità di tornare a casa.

Dopo diverse settimane trascorse ad aspettare che la situazione cambiasse, riesce a tornare nel suo paese, dove trova un mondo completamente diverso da quello che aveva lasciato e a cui non riesce a adattarsi, arrivando a comportarsi come un perfetto estraneo.

Con il complicarsi della pandemia, decide di abbandonare la città per recarsi in campagna, dove incontrerà una donna di nome Mary che cambierà per sempre la sua vita.

Disponibile in formato ebook e cartaceo presso:
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Primo capitolo

Dicono che le cose positive capitino quando meno te lo aspetti.

Qualcuno riesce a dire che anche le cose negative capitano quando meno te lo aspetti.

Ma nessuno dice mai che, quando arrivano, riescono a distruggere tutto ciò per cui hai lavorato in tutta la tua vita, o tutto ciò che sei riuscito a costruire.

Dicono anche che quelle cose negative che ti posso capitare, fanno parte della vita e non ci si può fare niente.

Si devono affrontare senza timore e senza arrendersi, a testa alta, per cercare di superarle nel miglior modo possibile e trarne i giusti insegnamenti.

Secondo me, le persone dicono troppo e, troppo spesso, agiscono anche meno.

L’evento negativo che ho dovuto affrontare, è capitato al mondo intero, senza neanche che se ne rendesse conto.

Quindi, avrei poco da lamentarmi per quello che è capitato.

Comunque, sono stato uno dei pochi che ne ha pagato più le conseguenze.

Anche se, in parte, fu proprio quel tragico evento mondiale che mi permise di trovare una nuova ragione per vivere e per tornare a combattere.

Ma al momento non vorrei anticipare troppo riguardo a quando mi è accaduto, vorrei limitarmi a raccontare la mia storia iniziando con il descrivere qualcosa di me.

Nella mia vita, ho sempre vissuto nel pieno rispetto delle mie libertà personali.

Ovviamente, senza eccedere troppo e senza fare in modo che influissero sulle libertà degli altri.

Molto spesso viaggiavo per il mondo per motivi di lavoro.

Quel lavoro che svolgevo all’epoca, quando tutto era normale.

Prima che quella normalità, a cui tutti noi eravamo abituati, iniziasse a mutare drasticamente senza il nostro controllo.

Incontravo molta gente, e, a volte, uscivo con quella gente.

Quando ne avevo voglia, andavo al ristorante oppure al cinema, come facevano tutti gli altri.

E lo facevo senza chiedere il permesso a nessuno e senza preoccuparmi di poter disturbare qualcuno o potergli fare del male.

Vivevo da uomo libero e la cosa mi andava più che bene.

Anzi, mi andava una favola, come ero solito dire a tutti quelli che mi chiedevano come stavo, nonostante fossi solo, senza una moglie o una compagna a quaranta anni suonati.

Ma, come per il resto del mondo, quella libertà, di cui godevo senza problemi, subì delle insopportabili limitazioni.

All’inizio furono leggere, ma poi, andando avanti, finirono col ridursi drasticamente, fino a dovervi rinunciare quasi del tutto, nonostante continuassi a lottare per riaverle indietro.

Non fu facile per me.

Non lo fu affatto.

Nonostante tentassi di andare avanti come sempre avevo fatto, sentivo che quella nuova normalità, che tutti stavano accettando e abbracciando, non era affatto compatibile con il mio stile di vita.

Non riuscivo a adattarmi.

Non riuscivo a conviverci.

Non riuscivo ad accettarlo.

Sentivo un bisogno dentro di me che non riuscivo a frenare.

Un bisogno che urlava dall’interno con tutta la sua forza, rendendomi sordo al resto del mondo.

Dentro di me c’era il bisogno di ribellarmi a tutto ciò che stava accadendo intorno a me.

Sentivo il bisogno di tornare a vivere come facevo un tempo, senza preoccuparmi troppo della gente che avrei dovuto incontrare, senza quelle restrizioni che non mi potevano permettere di viaggiare o di andare dove desideravo andare.

La storia che vorrei raccontare, ha inizio poco prima di un viaggio all’estero, nella lontana Nuova Zelanda per l’esattezza.

Naturalmente, mi recai in quel paese così lontano dal mio per motivi di lavoro.

Nelle settimane precedenti alla mia partenza, i notiziari stavano parlando di un nuovo virus che stava contagiando centinaia di persone in una piccola regione della Cina di cui nessuno aveva mai sentito parlare.

Inizialmente dicevano che quel virus fosse confinato all’interno di quella regione e che si presentava come una normale influenza stagionale.

L’intera popolazione veniva invitata nel non averne troppa paura, nonostante tutta l’attenzione fosse rivolta a quel focolaio.

Comunque, da quanto leggevo in giro, in quella piccola regione della Cina, le forze dell’ordine controllavano i movimenti delle persone che ci vivevano, impedendo loro di uscire dalla zona di quarantena e dalle loro case.

Le notizie provenienti da quel posto non erano confortanti.

Parlavano di quel virus, parlavano dei malati e parlavano dei tanti morti che stava procurando.

E nessuno conosceva quel virus, almeno da quanto dicevano.

Nessuno sapeva cosa fosse, dove fosse nato e come affrontarlo.

L’unica cosa che si sapeva era che fosse estremamente contagioso e che chi ne veniva infettato moriva nel giro di pochi giorni dopo atroci sofferenze, nonostante i medici tentassero con tutte le loro forze di poterli curare.

In poco tempo, a causa del continuo spostamento di gente da un paese all’altro del pianeta, prima che ci si accorgesse di quel virus, l’epidemia uscì dai confini della zona di quarantena.

Vennero trovati casi un po’ ovunque, in tutto il mondo.

Un paio di giorni prima della mia partenza, quel virus stava prendendo piede anche nel mio paese.

Si contavano un centinaio di casi di contagio e la situazione sembrava sotto controllo, anche se quelle persone malate erano tutte finite in ospedale.

Nel giro di poche settimane, accadde l’imprevedibile.

I casi aumentarono a dismisura.

A centinaia morivano ogni giorno e accadeva in tutto il mondo, nonostante l’impegno dei medici nel cercare di salvare più vite possibili.

Ma i loro sforzi non servirono a nulla.

Quella gente continuava a morire e quel virus continuava la sua avanzata alla conquista del mondo, ricordando gli antichi imperatori guerrieri che estendevano i confini dei loro regni con la propria spada.

La mia storia inizia proprio quando i primi casi vennero trovati nel mio paese, almeno un paio di giorni prima che me ne andassi all’estero per lavorare.

La mia storia inizia proprio quando potevo godere a pieno delle mie libertà.

Prima che venissero ridotte e limitate.

Prima ancora che scoppiasse quell’evento che cambiò drasticamente il nostro mondo e dal quale sembrava non ci fosse una via d’uscita.

Fu in quel momento, quando la situazione divenne irreparabile, che mi ritrovai tra le mani, quasi per caso, quella soluzione che avrebbe salvato l’umanità, ma che mi pose di fronte alla scelta più difficile che avrei incontrato nella via.

Fui messo nella condizioni di dover decidere chi avrei dovuto salvare. E non fu facile affrontare quella decisione.

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