Il mercante di ricordi

Quarta di copertina

Mike Jenkins è un mercante di ricordi, attività considerata illegale dal governo, che preleva ricordi dai cadaveri per poi rivenderli ai suoi clienti.

Trascorre le giornate nel suo appartamento tecnologico a lavorare su quei ricordi, mentre parla con la sua assistente virtuale Jenny, una avanzata intelligenza artificiale che gestisce la sua casa e la sua vita.

La sua attività procede indisturbata, tra il lavoro al suo computer e il trasferimento di quei ricordi nella mente dei suoi clienti, fino a quando si imbatte nei ricordi di un investigatore privato.

Visionando quel materiale, scopre che quell’investigatore privato stava indagando su di una donna, Mary Godhand, che risulta essere una giornalista indipendente.

Curioso di scoprire il motivo per cui quella donna veniva spiata, cerca di contattarla per poi venire coinvolto in una situazione che non si sarebbe mai aspettato.

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Primo capitolo

Mi ritrovai in un piccolo e sporco monolocale posto al secondo piano di una palazzina che sorgeva in una delle periferie più malandate della città in cui vivevo, di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza.

Mi ero nascosto in quel posto ormai da alcune settimane e neanche mi rendevo conto di quante ne fossero passate dal mio arrivo.

E vivevo nel terrore più assoluto, perfino della mia stessa ombra.

Appena entrato in quel buco schifoso, mi fiondai alle finestre, che lo illuminavano e davano sulla strada che passava davanti a quell’edificio, per chiudere le tende.

Finito con le finestre, mi scagliai contro la porta d’ingresso per bloccarla.

Trascorrevo gran parte della giornata a camminare attraverso quel monolocale, con addosso una vestaglia sudicia e sporca, un paio di pantofole ai piedi, di cui non riconoscevo più nemmeno il colore, mentre fumavo nervosamente.

Mi muovevo nell’oscurità che invadeva quel locale, prestando attenzione a tutti quei rumori che provenivano dalla porta d’ingresso, pregando che non stessero venendo a prendermi.

Di tanto in tanto, quando l’agitazione e la paranoia mi assalivano, mi recavo alla finestra e scansavo leggermente le tende che la coprivano, per volgere lo sguardo verso l’esterno in modo da vedere se qualcuno di quella gente mi avesse trovato.

Timidamente, scansavo quella tenda, il tanto che mi bastava per poter vedere qualcosa, per poi gettare delle rapide occhiate, attraverso il vetro, verso la strada che passava là fuori.

Appena mi sinceravo che nessuno di sospetto si trovasse lungo quella strada, richiudevo velocemente la tenda, per poi tornare a camminare attraverso quel monolocale cercando di tranquillizzarmi.

Ma non sempre riuscivo a calmarmi.

Così, tornavo a fumare quelle dannate sigarette tenendole con la mia mano tremolante e volgendo il mio sguardo verso il nulla.

A volte sentivo bussare alla porta d’ingresso.

In ogni occasione sentivo il cuore balzarmi in gola, mentre volgevo lo sguardo verso quella porta temendo per il peggio.

Nonostante avessi saputo che quella gente che mi stava cercando, non avrebbe mai bussato alla mia porta, quel brivido di terrore mi assaliva in ognuna di quelle occasioni.

Quella non era gente che bussava alle porte delle persone che stavano cercando e lo sapevo fin troppo bene.

Se fossero stati là fuori, avrebbero sfondato quella porta con forza e sarebbero entrati nel mio nascondiglio con le armi puntate contro di me.

Quando sentivo bussare, mi avvicinavo con passo tremolante, per poi appoggiarmi al legno e avvicinare l’occhio allo spioncino, dove potevo vedere il ragazzo che mi portava da mangiare due volte al giorno, proprio come gli avevo chiesto appena arrivato in quel monolocale.

Quel povero ragazzo si ostinava a portarmi da mangiare ogni giorno, nonostante non fossi in grado di farlo, anche se ci provavo ogni volta.

Preso quel cibo, lasciavo dei soldi a quel ragazzo per poi chiudergli letteralmente la porta in faccia.

Con quel cibo in mano, mi allontanavo dalla porta per poi recarmi all’angolo cucina e lasciarlo sopra al tavolo, dove ne stavo ammucchiando talmente tanto che riuscivo a nutrire quei dannati scarafaggi che ne avevano fatto l’unico mezzo di sostentamento.

E pensare che fino a pochi mesi prima, vivevo in un attico completo delle ultime tecnologie disponibili sul mercato, situato in un edificio nei pressi del centro della città, dove vivevano persone normali che mi salutavano con rispetto ogni volta che le incontravo.

Amavo quel mio appartamento.

Era completo di tutto: una cucina ben arredata, una camera da letto con un armadio completo di abiti all’ultima moda, un piccolo ufficio dove trascorrevo gran parte della giornata a svolgere il mio lavoro e un’ampia terrazza dalla quale potevo vedere gran parte della città.

A quei tempi avevo una mia attività, ben avviata, che mi stava fruttando molti soldi e che mi permetteva di vivere con una certa dignità, permettendomi di avere tutto ciò di cui avevo bisogno.

Avevo intrapreso quell’attività poco dopo esser tornato dalla guerra, quando incontrai della gente che mi offrì quella nuova tecnologia che permetteva di estrarre i ricordi dalla mente delle persone, per poi trasferirli nella mente di quelli che sarebbero divenuti i miei clienti.

Certo, non avrei potuto dire che quel lavoro fosse del tutto legale, il governo era stato chiaro sulla manipolazione dei ricordi o di qualsiasi tipo di attività svolta all’interno del cervello umano.

Ma a me non importava.

Mi permetteva di guadagnare molto bene, soprattutto dopo che riuscii ad entrare nell’ambiente dei più potenti malavitosi della città, i quali avevano spesso bisogno dei miei servizi e non erano disposti a badare troppo ai soldi che chiedevo loro.

La mia vita procedeva per il meglio, oltre ogni mia aspettativa.

Facevo soldi a palate, avevo degli amici con cui trascorrere il mio poco tempo libero e avevo quell’appartamento che completava la mia persona.

Insomma, non avrei potuto chiedere di meglio.

Ma quando dicono che le cose belle durano poco, avrei potuto dire che era vero e che lo avevo vissuto sulla mia pelle.

I miei guai arrivarono quando mi imbattei nei ricordi di un cadavere che avevo trovato alle pompe funebri, dove ero solito recarmi per estrarre quei ricordi che poi rivendevo.

Estratti quei ricordi, dai diversi cadaveri che trovai quella notte, li portai a casa per analizzarli e catalogarli, dopo aver dato la solita mazzetta all’addetto notturno di quelle pompe funebri che mi permetteva di fare i miei comodi con i cadaveri che teneva nel seminterrato.

Comunque, una volta rientrato in casa, inserii nel mio computer quei ricordi per visionarli, quando mi imbattei in quelli di un investigatore privato, di cui mi aveva parlato l’addetto delle pompe funebri stesso, morto in circostanze mai chiarite, che stava indagando su di una donna, dal nome Mary Godhand, la quale scoprii in seguito essere una giornalista indipendente.

Quell’investigatore aveva scoperto che quella donna stava facendo domande riguardo alcuni incidenti avvenuti nella nostra città, i quali avevano coinvolto alcune persone appartenenti al governo della città stessa ed erano avvenuti in modo piuttosto sospetto.

Tutte quelle persone morirono in incidenti stradali o per problemi di salute, nonostante fossero tutti sani e ben controllati dai migliori medici della città, almeno da quanto riferivano i giornali che ne avevano parlato.

Ma secondo quella donna, il motivo della loro morte era ben diverso dalla versione ufficiale dei fatti e lei si impegnava nel portare alla luce quella verità che veniva nascosta a noi cittadini.

Da quel poco che avevo scoperto tra i ricordi di quell’investigatore privato, la donna era in possesso di diverse informazioni riguardo a quegli incidenti, ma non riuscì a scoprire di cosa si trattasse, poiché venne trovato morto in un vicolo.

La versione ufficiale dei fatti, almeno quelli che mi riferì l’addetto di quelle pompe funebri, diceva che quell’uomo venne condotto in quel vicolo da alcuni furfanti che intendevano rapinarlo.

Quell’uomo cercò di liberarsi da quella gente che reagì sparandogli diversi colpi in pieno petto.

Il suo cadavere venne scoperto da un barbone che cercava rifugio tra la spazzatura che riempiva quel vicolo e questa era l’unica cosa vera di quel fatto.

Ma secondo i ricordi di quell’uomo, quelli che trovai nella sua mente, venne ucciso da due strani tizi vestiti di nero, che lo portarono in quel vicolo, dopo averlo incontrato per la strada.

Quei due uomini fecero diverse domande a quell’investigatore, mentre lui implorava loro di lasciarlo andare, dicendo che non aveva molto da dire riguardo a ciò che gli veniva chiesto.

Uno di quei due uomini, spazientito dai modi di fare di quell’investigatore, gli puntò la pistola contro e sparò diversi colpi uccidendolo, per poi lasciarlo in quel vicolo.

Nel vedere quei ricordi rimasi terribilmente scioccato e li archiviai nel mio computer, in una cartella dove tenevo il materiale non idoneo alla vendita.

Cercai di non pensare più a quelle immagini, continuai con la mia vita di tutti i giorni e con il mio lavoro, fino a quando incontrai quella stramaledetta donna, Mary Godhand.

La incontrai in un locale della città, dopo aver consegnato del materiale ad un mio cliente, mentre stava tenendo d’occhio della gente che sedeva ad alcuni tavoli di quel posto.

Incuriosito per averla incontrata in quel locale, iniziai a seguirla per cercare di capire cosa stesse facendo di così sospetto, per ritrovarsi quell’investigatore che stava indagando su di lei. Fu l’incontro con quella donna a rovinare per sempre la mia vita, costringendomi a nascondermi in quel dannato monolocale, in modo da poter sfuggire a quella gente che mi stava dando la caccia.

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