Liberty Le origini

Quarta di copertina

Michael Fleming viene scaricato nuovamente dall’astronave su cui era imbarcato, a seguito di una discussione avuta col suo comandante.

Nel frattempo, Sarah Dawson viene cacciata dalla scuola di volo dopo un’accesa discussione, finita con l’uso dei pugni, avuta con il suo istruttore.

Ritrovatisi a vagare nella stessa città in cerca di un nuovo lavoro, i due si incontrano per caso nei pressi di un porto spaziale.

Dopo essersi raccontati quanto accaduto nei precedenti periodi, Michael propone alla donna di mettersi in affari con lui e di acquistare una loro astronave, per poi fare quei lavori che il governo centrale considera illegali, in modo da poter sopravvivere alla dura vita a cui sono sottoposti i coloni che vivono sui pianeti periferici.

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Primo capitolo

Il comandante di quella astronave su cui mi ero imbarcato alcune settimane prima su Ganimede, mi aveva confinato nel mio alloggio ormai da alcune ore, come fossi un detenuto di un carcere governativo.

Appena entrato nel mio alloggio, andai sedermi sulla mia branda.

Appoggiai i gomiti sopra le ginocchia e rivolsi lo sguardo verso il pavimento, mentre uno dei suoi uomini di fiducia chiudeva con forza quella porta per poi bloccare la serratura dall’esterno.

Rimasi seduto sulla mia branda per tutto il tempo, ripensando a cosa avessi combinato quella volta di così drammatico da meritare quella punizione.

“Recluso nel proprio alloggio, manco fosse stato un carcere di massima sicurezza!” pensai mentre fissavo quel pavimento di metallo che si trovava sotto ai miei piedi.

In fin dei conti, avevo solamente disobbedito ad alcuni ordini diretti, ricevuti dal comandante stesso.

Non riuscivo a capire perché ne avesse fatto una tragedia simile!

E poi, non era neanche la prima volta che accadeva.

Potevo accettare il fatto che quella fosse la sua nave, di certo non avrei mai discusso su quel punto, però non potevo di certo sottostare a certi ordini che non avevano senso, tipo mandarmi a lavorare nella sala macchine, quando il comandante sapeva benissimo che non fossi stato un meccanico e che non avevo alcuna conoscenza di quei sistemi che si trovavano là sotto.

Eppure mio padre, quando presi la decisione di viaggiare attraverso il sistema solare a bordo di quelle navi commerciali, mi disse chiaramente che non sarei durato a lungo e che non avrei avuto vita facile.

Non mi disse in quel modo perché non ero adatto ai viaggi troppo lontani da casa e attraverso lo spazio aperto, ma per il mio carattere che difficilmente si adattava a prendere ordini, difficilmente si piegava all’autorità.

Era anche vero che aveva poco da dire quell’uomo, considerando poi che fu proprio lui a dirmi che non dovevo farmi mettere i piedi sopra la testa da nessuno.

Fu lui stesso a dirmi che il mio cuore era libero e che avrei dovuto ascoltarlo in ogni situazione che avrei affrontato durante la mia vita ed io mi limitai ad ascoltare le sue parole, prendendole forse troppo sul serio.

Magari, pensai, avrei dovuto dare un tantino meno peso a quelle sue parole, soprattutto quando mi trovavo a bordo di una nave che non era la mia.

Comunque, ormai la situazione era quella e non avrei potuto fare molto per cambiarla.

Viste le circostanza, si trattava solamente di aspettare che il comandante si calmasse e mi permettesse di tornare alle mie attività senza tante storie.

D’un tratto, alcuni rumori metallici provenienti dall’esterno, mi fecero intuire che eravamo atterrati da qualche parte, probabilmente sul porto spaziale di Io, cioè la destinazione finale di quel viaggio.

Pochi istanti dopo aver sentito i motori perdere potenza, sentii la serratura della porta del mio alloggio venire sbloccata dall’esterno.

Voltai lo sguardo verso quella porta, che stava venendo aperta dall’esterno, quando apparve di fronte ai miei occhi la sagoma dell’ufficiale in seconda, il più fedele al comandante.

«Muoviti, Fleming! Il comandante ha chiesto di te!» mi urlò contro quell’uomo.

A quelle parole mi alzai dalla branda di scatto e presi la giacca che si trovava di fianco a me, per poi seguire quell’uomo che era rimasto a fissarmi con quello sguardo da duro che non mi avrebbe intimorito neanche pagandomi o puntandomi contro una pistola.

Mi avvicinai a quell’uomo con tutta calma, mentre indossavo la mia giacca, per poi seguirlo lungo il corridoio che collegava gli alloggi del personale con quello del comandante stesso.

Attraversai insieme a quell’ufficiale il corridoio per poi arrivare davanti alla porta dell’alloggio del comandante.

Il mio accompagnatore bussò delicatamente alla porta per poi attendere che l’uomo dall’altra parte ci venisse ad aprire, cosa che fece pochi istanti dopo.

Aperta quella porta, il comandante si mostrò a noi.

Dapprima, lanciò un’occhiata al suo ufficiale e lo guardò negli occhi senza accennare alcuna emozione, per poi voltare lo sguardo verso di me, guardarmi dal basso verso l’alto e poi invitarmi ad entrare, spostandosi di lato in modo da potermi permettere di accedere al suo alloggio.

«Fleming! Ho deciso di sorvolare su quanto accaduto quando eravamo in volo… anzi… temo di essere stato troppo severo con te» fece il comandante con tono accomodante dopo essersi seduto alla sua scrivania «Ti ho chiamato… perché ho intenzione di affidarti un altro lavoro.»

«Grazie, comandante! Sono d’accordo con lei… perché litigare per delle banalità» risposi alle sue parole «Di cosa si tratta… questo lavoro che intende affidarmi, intendo dire.»

«Niente di complicato… nemmeno per un povero bastardo come te» disse mentre si alzava dalla poltrona su cui sedeva.

A quelle parole, che non mi sorpresero affatto, sollevai le sopracciglia per poi seguire con lo sguardo il comandante che si era avvicinato ad uno scaffale dove erano accatastati alcuni pacchi.

«Devi consegnare questo pacco ad una locanda del posto» riprese dopo aver preso uno di quei pacchi «Come ti ho appena detto… niente di complicato.»

Sorrisi alle sue parole e mi avvicinai a lui, per poi afferrare il pacco che mi stava porgendo.

Appena preso tra le mani, notai che su di esso era scritto l’indirizzo a cui dovevo portarlo, evitandomi di chiederlo al comandante stesso.

«Ora vai! E vedi di non commettere errori!» fece il comandante indicando la porta dietro di me «Almeno questa volta.»

Non aggiunsi niente alle parole del comandante e lasciai il suo ufficio per poi dirigermi verso l’uscita della nave, dove gli altri uomini dell’equipaggio si stavano dando da fare per scaricare le casse che avevamo trasportato su quella luna.

Lasciata la nave, mi incamminai attraverso quel porto spaziale con quel pacco in mano, ripensando alle parole del comandante, quando mi disse che non dovevo commettere errori.

Per alcuni istanti mi chiesi a cosa si stesse riferendo, quando pensai che avrei dovuto sorvolare a quella sua provocazione. Così, continuai a camminare senza farmi tanti problemi, dirigendomi verso la città che sorgeva oltre i confini di quel porto spaziale.

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