Michael Connor

Quarta di copertina

Il tenente Michael Connor sta per far saltare in aria la sala server di un’azienda, operante nel settore informatico, che sta lavorando ad una nuova intelligenza artificiale.

A cavallo tra il presente e i ricordi del suo passato trascorso in guerra, Michael riesce a fuggire dall’edificio in cui si trova per poi imbattersi in alcune auto della polizia che lo stanno aspettando.

Non avendo vie di fuga, si arrende a quei poliziotti quando l’edificio esplode proprio dietro di lui.

Prontamente i poliziotti lo arrestano e lo portano al distretto di polizia, dove viene condotto all’interno di una piccola stanza in attesa di venire interrogato.

Aspetta in quella stanza, mentre torna a ricordare il suo passato, quando l’agente speciale Mary Sanchez lo raggiunge per interrogarlo.

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Primo capitolo

Ognuno di noi, nella propria vita, è costretto a convivere con esperienze indimenticabili e altre che sono totalmente da dimenticare che ha affrontato durante il percorso intrapreso nella propria vita.

Nel mio caso, le esperienze indimenticabili e quelle da dimenticare convivevano nella mia mente divenendo un tutt’uno.

Troppo spesso tornavano a tormentarmi.

Negli ultimi tempi capitava quasi tutte le sere, soprattutto quando mi trovavo nel mio letto, nel buio della mia camera, e tentavo di addormentarmi.

Quando quei ricordi riaffioravano nella mia memoria, mi ritrovavo a girarmi e rigirarmi sul letto nel tentativo di cacciarli dalla mente, ma senza riuscirci.

Mi ritrovavo agitato per causa loro, mentre sentivo le lacrime che scendevano dagli occhi e mi ritrovavo il corpo bagnato dal sudore.

Uno dei ricordi che più mi tormentava, quello con cui non riuscivo a convivere e quello che tornava con più forza, era quello riferito ad un avamposto che andai a controllare, dove trovai qualcosa che mi sconvolse profondamente.

Il comandante della mia base mi convocò nel suo ufficio con una certa urgenza.

Trovatomi dinnanzi a lui, mi parlò di un avamposto che non riuscivamo a contattare da giorni, dove vivevano decine di persone, tra civili e militari.

Il comandante, dopo avermi informato della situazione, mi chiese di recarmi presso quel posto per verificare cosa stesse accadendo.

Ricevuto l’ordine, preparai le mie armi per poi attendere il tramonto, in modo da potermi muovere tra le macerie approfittando del buio che mi avrebbe coperto, permettendomi di raggiungere la destinazione senza correre troppi rischi.

Dopo che il sole andò a nascondersi oltre l’orizzonte per permettere al buio di coprire il mondo, lasciai la base per dirigermi verso ovest.

Mi muovevo il più silenziosamente possibile tra le macerie degli edifici che un tempo testimoniavano la grandezza della nostra società.

Continuai a muovermi tra quelle macerie, mentre controllavo la bussola per essere sicuro di trovarmi nella direzione giusta, quando finalmente arrivai a destinazione a notte fonda.

Quell’avamposto sorgeva all’interno di un vecchio edificio rimasto ancora in piedi grazie alla robustezza dei suoi muri esterni, nonostante mostrasse evidenti segni dei colpi inferti dal nemico durante i tanti assalti e le tante battaglie che si erano scatenate intorno ad esso.

Vedendo quell’edificio, mi appostai tra alcune macerie per controllare l’area, sperando di individuare qualcuno di guardia nei paraggi.

Guardai ovunque, in ogni punto che era visibile dalla mia posizione, ma non trovai nessuno là intorno.

Così, decisi di farmi avanti per capire cosa stesse accadendo all’interno di quell’avamposto.

Dopo essermi guardato intorno di nuovo, lasciai la mia posizione per poi muovermi verso l’edificio, quando delle luci provenienti dall’alto mi obbligarono a tornare a nascondermi sotto alcune macerie per non farmi vedere.

Cercai di nascondermi meglio che potevo tra quelle macerie, mentre quelle luci continuavano a muoversi a pochi metri da me.

Voltai lo sguardo verso il cielo e trovai uno di quei droni corazzati che pattugliavano costantemente il cielo in cerca di sopravvissuti da uccidere o da catturare.

Seguii con lo sguardo quel drone solitario mentre controllava con le sue telecamere l’area che mi circondava.

D’un tratto, spense le luci che teneva puntate contro il terreno, per poi partire in volo con gran velocità dirigendosi verso nord, probabilmente perché non aveva trovato niente.

Attesi che quel drone sparisse all’orizzonte, per poi guardarmi nuovamente in giro ed uscire allo scoperto dopo aver verificato che non c’erano altre minacce nell’area che mi circondava.

Strinsi il fucile che avevo con me tra le mani e mi misi a correre verso la porta di quell’avamposto che mi aspettava a poche decine di metri da me, prestando attenzione per non inciampare a causa dei tanti detriti e macerie che si trovavano sul terreno.

Giunto al portone costruito in metallo, abbassai il fucile e bussai sulla sua superficie colpendola col pugno, per poi attendere che qualcuno aprisse dall’interno.

Attesi diversi istanti davanti a quella porta, mentre mi guardavo in giro, ma quando mi accorsi che nessuno si presentava oltre quella porta, bussai di nuovo per poi guardarmi intorno sperando che quei rumori non avessero attirato l’attenzione dei pattugliatori.

«Qualcosa non va» borbottai insospettito.

Il comandante mi aveva informato che all’interno di quell’avamposto vivevano una cinquantina di persone, tra civili e militari, e mi sembrava troppo strano che nessuno avesse udito quei colpi.

Così, mi allontanai da quella porta per poi spostarmi sul lato nord dell’avamposto per cercare un altro accesso che mi avrebbe permesso di accedere al suo interno.

Voltato l’angolo dell’edificio, dopo aver scavalcato delle macerie che si trovavano sul terreno, intravidi quello che sembrava una porta poco distante dalla mia posizione, la quale si trovava proprio sulla facciata che avevo davanti agli occhi.

Mi allontanai leggermente dalla parete di quell’edificio e mi incamminai verso quella posizione quando riuscii a vedere quella porta sulla facciata che avevo di fianco.

Così, impugnai il fucile e mi diressi verso quella porta sperando che fosse aperta, in modo da permettermi di accedere per poi controllare l’interno dell’avamposto.

Giunto dinnanzi a quella porta, mi accorsi che era leggermente aperta.

Tolsi una mano dal fucile e la appoggiai su quella porta per spingerla verso l’interno in modo da aprirla interamente.

Aperta quella porta, un odore di morte si scagliò contro di me, togliendomi la possibilità di respirare l’aria fresca che si trovava là fuori.

Spinto dall’istinto, allontanai la mano da quella porta per avvicinarla alla cintura dove tenevo la maschera antigas.

Portai quella maschera al volto per indossarla, mentre cercavo di trattenere il respiro a causa di quel puzzo nauseabondo che proveniva dall’interno dell’avamposto.

Quando fui pronto, accesi la torcia posizionata sotto la canna del fucile ed entrai all’interno dell’edificio dal quale non proveniva alcun rumore e alcuna luce.

Attraversai il breve corridoio che avevo trovato oltre quella porta, per poi giungere ad un ampio salone dove erano disposti dei letti a castello e diversi tavoli.

Avanzai lentamente mentre puntavo la torcia del fucile verso quei letti a castello, quando intravidi dei corpi che giacevano sopra di loro.

Insospettito da quella vista e intenzionato nello scoprire cosa stava accadendo, mi diressi verso quei letti per poter vedere chi ci fosse sopra, quando i miei piedi urtarono qualcosa che si trovava sul pavimento che non avevo visto.

Mi fermai di fronte a quell’ostruzione e abbassai lo sguardo verso la pavimentazione, per poi puntare anche la torcia verso la stessa direzione.

Sotto la luce della torcia, che si trovava sotto la canna del fucile, trovai ai miei piedi il cadavere di un ragazzino che avrà avuto almeno una dozzina di anni.

Mi inginocchiai su quel cadavere in modo da controllare da vicino le sue condizioni.

Aveva la pelle chiara con le vene del viso in evidenza, le labbra screpolate e gli occhi ancora aperti con delle lacrime di sangue ormai essiccate, che scendevano fin sopra le guance.

A quella vista orribile, sentii il cuore balzarmi in gola.

Mi risollevai in piedi di scatto e indietreggiai di qualche passo, turbato da quella vista, per poi puntare nuovamente la torcia e lo sguardo verso i letti che si trovavano intorno a me.

Quello che si presentò davanti ai miei occhi fu una delle cose più terrificanti che vidi durante tutto il periodo trascorso in guerra.

Tutte le persone che vivevano in quell’avamposto erano morte.

Tutte quante.

Ovunque voltassi lo sguardo e la torcia, trovavo cadaveri distesi sul pavimento oppure sui propri letti.

Turbato da quella vista, mi voltai verso la porta dalla quale ero entrato e mi misi a correre verso l’esterno per abbandonare quel posto, in modo da togliermi dagli occhi quella terrificante scena di morte in cui mi ero imbattuto.

Uscito all’esterno, tolsi prontamente la maschera dal viso per poi gettarla a terra.

Mi piegai con il busto in avanti e appoggiai le mani sopra le ginocchia per sostenermi, mentre cercavo di respirare l’aria che si trovava all’esterno di quell’edificio, mentre i volti di quei cadaveri continuavano a passarmi davanti agli occhi.

*****

Turbato da quei ricordi, mi appoggiai sul materasso con le mani per poi sollevare la schiena, mentre sentivo il cuore che batteva all’impazzata dentro al mio petto per poi volgere lo sguardo nel vuoto della mia camera da letto.

Rimasi immobile e seduto sul letto per diversi istanti, mentre cercavo di rallentare la respirazione e cacciare quei ricordi che annebbiavano la mia mente, quando mi accorsi che il mio corpo era interamente bagnato dal sudore.

«Dannazione» borbottai mentre strofinavo la mano destra sotto al mento.

Quando la respirazione tornò normale, mi alzai dal letto e mi avvicinai alla finestra, dalla quale era possibile vedere la città in cui mi trovavo.

Posizionatomi di fronte a quella finestra, voltai lo sguardo verso il paesaggio cittadino che si presentava dinnanzi ai miei occhi.

Le strade erano illuminate dalle luci notturne e alcuni veicoli stavano ancora transitando tra loro dirigendosi chissà dove.

Sollevai lo sguardo per osservare quelle case che si trovava di fronte ai miei occhi.

Quelle case avevano le luci all’interno spente, a parte quelle esterne che ancora illuminavano i verdi giardini che le circondavano.

Abbandonai quella vista per salire con lo sguardo fino ad arrivare al cielo.

Osservai il cielo stellato che copriva con il suo manto la città che dormiva sotto di esso, spostando lo sguardo da una costellazione all’altra.

Guardare il cielo stellato mi aveva sempre aiutato a tranquillizzarmi e ad aiutarmi nel ritrovare quella pace interiore che perdevo ogni qual volta tornavano alla mente quei ricordi che mi tormentavano.

Dopo diversi minuti trascorsi ad osservare quelle stelle che brillavano nel cielo, quei ricordi, che mi avevano tormentato fino a pochi minuti prima, scomparvero del tutto dalla mia mente e tornai a respirare normalmente.

Così, una volta tranquillizzato del tutto, decisi di andare a farmi una doccia per poi prepararmi ad andare a svolgere la missione che avevo pianificato per quella notte.

Avevo lavorato ai dettagli di quella missione per diverse settimane, tra pedinamenti e appostamenti, in modo da trovarmi pronto per passare all’azione.

Ormai avevo raccolto tutte le informazioni che mi servivano.

Avevo trovato gli esplosivi e i detonatori

Avevo studiato le planimetrie del posto che avrei dovuto attaccare.

Sapevo tutto di tutti i dipendenti che lavoravano in quel posto.

Non potevo attendere oltre.

Il tempo trascorreva in fretta ed io avrei dovuto portare a termine quella missione che mi era stata assegnata dal mio comandante prima di fare quel balzo a ritroso nel tempo di quasi trent’anni.

Portata a termine quella missione, sarei passato agli altri obiettivi, nella speranza che quegli sforzi fatti nel presente, fossero stati sufficienti per cambiare quel futuro che si stava avvicinando sempre più. Quel futuro, che avevo vissuto nel mio tempo, stava per arrivare anche in quel presente e avrebbe sconvolto, e distrutto, le vite di quelle persone che vivevano ignare di quanto sarebbe capitato loro.

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