Trappist Terzo

Quarta di copertina

Dopo essersi congedato dalla carriera militare con onore, il maggiore Smith si trova ad affrontare il mondo civile, ma senza riuscirci.

Per anni tenta di adattarsi a quel nuovo stile di vita, che non gli si addice per niente, cambiando svariati lavori, quando una sera, durante una rissa in un locale, si imbatte nell’annuncio pubblicitario di una compagnia che organizza colonie su altri pianeti abitabili.

Spinto dallo spirito di avventura e affascinato dal progetto, decide di aderire all’iniziativa della compagnia.

Inizia così il suo viaggio verso quel nuovo mondo, dove vuole costruirsi una nuova vita lontano dalla Terra e, soprattutto, da quelle guerre che avevano segnato la sua vita.

Con gli altri coloni costruisce un villaggio, avvia l’agricoltura, contribuisce alla nascita di quell’insediamento umano.

Quando tutto procede per il meglio, scopre l’esistenza di insolite e magnifiche creature meccaniche che vivono su quel pianeta.

Insieme a quelle creature, trova due civiltà aliene, Tiamatiani e “Creatori”, in guerra tra loro.

A seguito dell’attacco alla sua colonia da parte dei “Creatori”, decide di unirsi a Tiamatiani per dichiarare guerra a quella civiltà a cui non piace dividere il pianeta con altri esseri.

“Trappist Terzo” offre una breve e appassionante storia che si rivela a poco a poco creando nel lettore sempre più curiosità.
I pensieri del maggiore Smith portano alla luce delle questioni interessanti, in cui tempismo e flessibilità sono elementi che possono fare la differenza nella sottile linea di separazione tra successo e fallimento.
Michele Scalini sa coinvolgere nella semplicità, ponendo l’animo umano (e alieno) davanti a tutto.

Primo capitolo

Pistola puntata alla tempia. Dito pronto sul grilletto. Colpo in canna. Sguardo fisso nel vuoto. Una gelida goccia di sudore che scendeva dalla tempia. Mente sgombra, in attesa di compiere l’atroce gesto di porre fine alle mie sofferenze.

Ero ben consapevole che quella soluzione non era la più idonea per affrontare la situazione che stavo vivendo, ma dopo un’attenta analisi, giunsi alla conclusione che non c’era altra via d’uscita. Come uno scorpione messo in trappola, considera la morte l’unica via di fuga, anche io mi trovavo nella stessa condizione. In quella situazione, ero io lo scorpione.

Avevo già considerato ogni possibile soluzione, ma ognuna di loro aveva una bassa probabilità di successo e un’altissima probabilità di fallimento, ovvero la mia morte o la mia cattura, e non sapevo,  quale delle due conclusioni, fosse la peggiore. Non era la prima volta che mi trovavo in una situazione simile, in battaglia potevano capitarti situazioni che non avevi considerato o che ti stavano sfuggendo di mano. Ma una situazione come quella, non mi era mai capitata Né la mia esperienza militare, né la mia conoscenza strategica potevano aiutarmi.

Mi asciugai la fronte con la mano, mentre con l’altra stringevo quella dannata pistola. Stavo per accostare il dito al grilletto per sferrare il colpo decisivo.

«Fanculo … » dissi sospirando mentre abbassavo la pistola verso il pavimento.

«Trova una soluzione invece di arrenderti … trova una soluzione … non arrenderti … trova una soluzione … dannato bastardo».

Mi alzai dalla sedia, che avevo preparato per la mia esecuzione, e mi avvicinai alla finestra barricata. Attraverso una fessura, lanciai un’occhiata verso l’esterno, per controllare la situazione. Quelle macchine infernali erano ancora là, come erano ancora là i loro formidabili inventori. Vedevo bene che non avevano intenzione di abbandonare la posizione, anzi, davano l’impressione che ci godessero a tenermi in trappola nella mia baracca.

Poche ore prima, avevo provato a contattare la secondo colonia che si trovava dall’altra parte di quel dannato pianeta perso nell’immensità del cosmo. Ma purtroppo nessuno rispose alla mia richiesta di soccorso e non avevo modo di sapere se quella gente fosse ancora viva o se aveva subito un attacco simile al nostro. Da esperto militare, dopo pochi minuti, pensai che probabilmente i miei nemici avessero distrutto le nostre comunicazioni. D’altronde lo avrei fatto anche io. Era la prima regola di una buona strategia militare. Prima di attaccare un nemico, assicurarsi di distruggere ogni mezzo di comunicazione, in modo da eliminare ogni possibilità di chiedere soccorso o rinforzi.

Dalla tasca laterale dei pantaloni, presi il pacchetto di sigarette. Ne tirai fuori una e la portai alla bocca. Una volta accesa, tirai una profonda boccata lasciando cadere leggermente all’indietro la testa, mentre poi lasciai scivolare fuori dalla bocca una densa nuvola di fumo. Tornai a sedere sulla sedia dove sarei dovuto morire. Continuai a fumare quella sigaretta, senza pensare a niente di specifico, nonostante avessi dovuto trovare una soluzione.

Sapevo che c’era un modo per uscirne.

Dovevo riflettere, pensare ad un piano e passare all’azione.

Finita la sigaretta, mi alzai dalla sedia e  iniziai a camminare avanti e indietro, con le mani incrociate dietro la schiena e lo sguardo rivolto al pavimento. La stanza in cui mi trovavo era immersa nel silenzio più assoluto, interrotto solamente dal rumore dei miei passi e da miei sospiri.

«E pensare … che la chiamavano seconda opportunità» bisbigliai a denti stretti.

«Inizia una nuova vita su Trappist Terzo … dicevano» continuai a blaterare, mentre mi muovevo per la stanza.

«Un pianeta disabitato interamente da esplorare … ovunque tu andrai … sarai il primo ad esserci stato … fanculo … ».

«Sarà la vostra nuova casa … dannazione … sarà la nostra tomba … avrebbero dovuto dirci».

Quei dannati slogan pubblicitari, che erano sparsi ovunque per le strade della mia città, mi tornarono in mente. Erano gli stessi slogan, che mi convinsero ad intraprendere un viaggio di ottanta anni attraverso le profondità del cosmo, e lasciarmi indietro tutto quanto.

Quegli scienziati, che per anni avevano studiato questo fottuto sistema solare, furono in grado solo di rilevare le caratteristiche fisiche dei pianeti che ruotavano intorno a quella dannata stella. Dicevano che era possibile la vita umana, dicevano che c’era solo vita vegetale e che non avremmo trovato razze aliene con cui condividere questo posto. E si sbagliavano. Si sbagliavano di brutto. Non solo avevamo trovato una razza aliena, che stava ben bene nascosta all’interno di alcune grotte scavate nella roccia, ma ne avevamo trovata una di quelle che non accettava intrusi nel proprio mondo. Una di quelle razze che non accettava l’idea di condividere la propria casa con dei parassiti, perché questo eravamo per loro.

Parassiti che infestavano il loro fottuto mondo!!!

Scagliai con rabbia la cicca di sigaretta a terra e con passo nervoso tornai alla finestra. Guardai l’esterno attraverso la solita fessura. Le creature che mi stavano aspettando, si muovevano attraverso le macerie e i relitti della nostra colonia. Osservai con attenzione i loro movimenti, sperando di trovare un punto cieco in cui passare per tentare un ipotetica e disperata fuga.

«Al diavolo … non mi arrenderò … me ne andrò di qui … in un modo o nell’altro». Deciso nell’andare fino in fondo a quella situazione, mi catapultai nell’armeria della base. Presi un fucile d’assalto con le munizioni, che misi all’interno del mio zaino. Mi rifornii anche di caricatori per la mia pistola.

«Magari … qualche granata … » dissi guardandomi intorno.

Finito con le armi, mi diressi al magazzino, dove si trovavano le provviste. Presi alcune razioni di barrette energetiche, rimaste lì dal primo sbarco, ma per mia fortuna erano a lunga scadenza, visto che erano state progettate per poter sfamare i coloni fino a quando non avessero raccolto i frutti delle loro coltivazioni, e preparai una borraccia con dell’acqua. Dopo essermi assicurato di aver preso il necessario per poter sopravvivere là fuori, decisi di tentare la fuga.

In un modo o nell’altro, dovevo sopravvivere.

Preparato il necessario per affrontare il nemico, mi diressi nuovamente con passo deciso verso la finestra. Osservai l’ambiente che mi si presentava davanti. Una dozzina di macchine da un lato e altrettante sull’altro. Studiai i loro movimenti con estrema attenzione, quando notai che non si incontravano mai. I due gruppi di macchine, si muovevano nelle loro zone senza mai lasciarle. Pensai che con una buona dose di fortuna, che stava scarseggiando nelle ultime ore, e con l’aiuto del buio, la mia impresa disperata avrebbe dato il successo sperato.

Sollevai lo sguardo verso la stella che illuminava e riscaldava quel dannato mondo. Avevo poco meno di un paio d’ore prima del tramonto.

Con calma, continuai ad osservare quelle macchine e il percorso che avrei potuto fare una volta uscito. Muovendomi basso tra l’erba alta, infilandomi tra le macerie delle abitazioni e prestando attenzione a dove mettevo i piedi, avrei potuto evitare di essere visto.

Ma dovevo essere concentrato e non dovevo avere dubbi su quello che avrei fatto, anche perché, una volta uscito dal mio nascondiglio, non sarei più potuto tornare indietro.

«Manca ancora qualcosa» dissi mentre mi trovavo ancora alla finestra.

Mi allontanai dal mio punto di osservazione e tornai all’armeria. Quando mi trovai sulla porta, lanciai un’occhiata allo zaino e al fucile che avevo lasciato lì alcuni minuti prima. Mi avvicinai allo scaffale dove si trovava l’equipaggiamento tattico e iniziai a rovistare tra le scatole presenti.

«Deve essere qui … da qualche parte … dannazione».

Rovistavo con nervosismo, aprendo le varie scatole, osservandone il contenuto, scagliando a terra, dietro alle mie spalle, quelle che non mi servivano. Poco dopo, mi accorsi che dietro di me avevo formato una catasta disordinata di contenitori e scatole, ma non riuscivo a trovare ciò che stavo cercando. Non mi arresi. Sapevo che si trovava lì, da qualche parte. Il problema era che non ricordavo dove lo avessi messo.

«Ti ho trovato … figlio di … !!!» esclamai.

Dopo diversi minuti di ricerca, finalmente riuscii a trovare ciò che stavo cercando, nascosto tra altri inutili equipaggiamenti. Il focus. Il mio dannato focus. Aprii il contenitore in cui mi stava aspettando. Presi l’apparecchio e lo indossai. Il mio focus, occhiali a realtà aumentata che mi avrebbero permesso di osservare i movimenti delle macchine e tracciarne gli spostamenti. Quell’aggeggio tecnologico mi avrebbe permesso di avere una migliore visione dell’ambiente che avrei attraversato. In più, mi avrebbe dato la possibilità di osservare la traccia termica del mio nemico per avere maggior sicurezza.

Avevo preparato tutto il necessario per tentare la fuga. Armi, munizioni e cibo. Tanto per alimentare anche qualche vizio, aggiunsi all’inventario anche qualche pacchetto di sigarette. In fin dei conti vennero gentilmente offerte dalla compagnia che ci spedì quassù, a morire soli e così lontani da casa. Ma non gliene facevo una colpa. Non ero arrabbiato con loro, né tanto meno lo ero con me stesso. Nessuno poteva sapere cosa avremmo affrontato una volta insediati su questo pianeta. Però, avrei potuto dire che inviare cinquanta militari con cinque cento coloni, mi sembrava un rapporto piuttosto basso. Ma andava bene così. Eravamo colonizzatori, mica dei conquistatori.

Ma, volenti o nolenti, le cose vanno sempre come devono andare e non possiamo, di certo, farcene una colpa.

Mentre proseguivo con le mie riflessioni, mi accorsi che era calato il buio. Mi alzai dalla sedia, presi zaino, fucile e mi diressi verso la porta d’uscita. Afferrai la maniglia con la mano destra. Esitai alcuni istanti, poi lanciai un’occhiata dietro di me, come se volessi dire addio al mio rifugio sicuro. Tornai con lo sguardo verso la porta, strinsi con forza quella maniglia e lentamente la girai per aprire la porta.

«Avanti soldato … puoi solo morire» dissi mentre mi scaraventai all’esterno e mi lanciai dietro i resti di un rover. Restai nascosto per alcuni istanti, dopo di che sollevai leggermente il capo per osservare l’ambiente circostante. Il buio non permetteva una buona visibilità, eccezion fatta per le luci che emanavano quelle creature, che erano ancora lì. Proseguivano indisturbate le loro attività di ispezione, come se ci fosse qualcosa da ispezionare all’interno del nostro cimitero. In lontananza vidi dei fuochi accesi, erano gli indigeni del posto, i miei nemici.

Accesi il focus. Riuscii a vedere la traccia termica delle creature. Mi feci coraggio e abbandonai il mio punto d’osservazione, spostandomi verso i resti di una delle baracche dei coloni. Mi muovevo velocemente, prestando attenzione a dove mettevo i piedi per evitare di far troppo rumore. Sembrava tutto tranquillo, non stavo attirando la loro attenzione. Ma non dovevo perdere la concentrazione. Dovevo restare calmo. Compiere brevi movimenti e controllare i miei nemici. Dovevo prendermi il tempo che mi serviva ed essere sicuro di muovermi.

Quello era l’unico modo che avevo per uscirne vivo.

Con uno scatto felino mi allontanai da quella baracca dirigendomi verso un’altra baracca, dove trovai alcuni cadaveri ustionati dal fuoco e trafitti dagli artigli di quelle belve. Osservai quei corpi per alcuni istanti. Mi ritornarono alla mente i cadaveri lasciati sui tanti campi di battaglia che avevo vissuto sulla Terra. Ma non potevo lasciarmi distrarre da quella visione e da quei ricordi. Dovevo andare avanti e lasciare la mente sgombra da quei pensieri. “La missione … ricorda la missione” pensai tra me e me. Così, lanciai un’occhiata di fronte a me, aspettai alcuni istanti e ripartii verso un altro riparo.

Le creature non si erano ancora accorte di me, nonostante ormai non mi trovavo così lontano da loro. Iniziavo a sentire il rumore dei loro ingranaggi elettronici. Sentivo il rumore dei loro passi. Ma la cosa importante era che loro non sentivano me. Ero in vantaggio e dovevo tenermelo stretto.

Nascosto tra l’ebra alta, controllai che fossi nella direzione giusta. Il bosco, il mio spiraglio di salvezza, si trovava proprio di fronte a me. Dovevo solo uscire dalla colonia e scappare tra gli alberi che si trovavano ai suoi piedi. Niente di più semplice, a parte il fatto che sarei passato proprio tra i due gruppi di creature.

E sarei passato vicino a loro, molto vicino.

Mi muovevo basso tra l’erba quando intravidi un altro riparo, a pochi metri da una di quelle creature, che osservavo con il focus. Erano rivolte verso la parte opposta del mio obiettivo. Legai bene lo zaino intorno alla pancia, per evitare che oscillando facesse troppo rumore. E, quando notai che una di quelle macchine fece un passo avanti, scattai verso il riparo, correndo basso e tenendo lo sguardo su di loro.

Raggiunto il riparo, tirai un sospiro di sollievo. Non mi avevano notato. Passai la mano destra sulla fronte che stava grondando di sudore. La tensione era al massimo. Da quel preciso istante non dovevo commettere errori, altrimenti tutto quello che avevo fatto fino a quel momento, non sarebbe servito a niente. Dovevo aspettare che le macchine si fossero allontanate a sufficienza da permettermi di scattare fino al successivo riparo, che si trovava proprio sul confine della colonia. Quello, sarebbe stato l’ultimo riparo che dovevo raggiungere, prima di buttarmi all’interno del bosco, dove sarei riuscito a nascondere le mie tracce e, magari, avrei avuto anche modo di riprendere fiato, prima di raggiungere le colline.

Le creature si stavano movendo, sentivo i loro passi che si stavano lentamente allontanando da me. Mantenni lo sguardo fisso verso il mio obiettivo, mentre ascoltavo i rumori dell’ambiente circostante. Dovevo solamente aspettare il momento giusto. Dovevo aspettare che fossero sufficientemente lontane da me, per permettermi lo scatto finale. La tensione saliva, i battiti cardiaci aumentavano. Stava arrivando il momento che tanto aspettavo. Allungai le mani verso due appigli che mi avrebbero aiutato per darmi lo slancio giusto.

Ed eccolo il tanto atteso momento di scattare. Mi alzai leggermente e tirai con forza sugli appigli dove tenevo appoggiate le mani. E mi misi a correre, basso e veloce. Ancora venti metri e sarei stato nuovamente al sicuro.

Correvo veloce, senza distogliere lo sguardo dal mio obiettivo.

Mentre correvo mi aiutavo con le mani per non perdere l’equilibrio. Ero quasi arrivato. Mancavano appena una manciata di metri. Correvo, correvo il più veloce che potevo.

Correvo veloce e basso quando arrivò l’imprevisto.

Rallentai il passo e tornai lentamente in posizione eretta. Quasi non riuscivo a credere a ciò che si presentò di fronte a miei occhi.

«E che cazzo!!» pronunciai a denti stretti, lasciando cadere le braccia verso il basso e chinando la testa sulla sinistra.

Di fronte a me, si presentarono delle ombre. Rallentai nuovamente il passo fino a fermarmi.

Lasciai cadere a terra il fucile e tolsi lo zaino dalle spalle.

Allargai le braccia e le sollevai fin sopra la testa, mentre le luci delle creature, che si stavano avvicinando alle mie spalle, illuminavano la scena.

Erano gli abitanti di quel pianeta.

Mi stavano aspettando.

Erano lì, chissà da quanto tempo, nascosti nell’ombra.

Quei dannati bastardi avevano previsto le mie mosse e mi avevano teso un tranello. Per quello le loro creature se ne stavano sempre nelle stesse aree senza incrociare i propri percorsi.

Avevano creato quella zona che consideravo sicura, per trarmi in inganno. Per prendermi.

Era una trappola ed io, in preda alla disperazione, ci ero cascato in pieno.

«Dannazione» pronunciai a denti stretti abbassando lo sguardo verso il basso.

 «Ma come ho fatto a non pensarci».

In quel preciso istante ero arrabbiato con me stesso. Era la prima volta che mi capitava di sottovalutare il nemico. “Ed è la prima volta che lo fai, in cui capisci che sei spacciato. Capisci che tutti i tuoi sforzi sono stati inutili e che per te, è giunta ormai la fine” pensai.

Alzai lo sguardo verso gli esseri che si trovavano di fronte a me. Sentivo che le creature, invece, si erano fermate, alle mie spalle. Non si muovevano. Non mi attaccavano.Anche loro restarono immobili, a godersi lo spettacolo della mia resa. Mi osservavano, coi loro volti privi di espressione e coi loro sguardi vuoti, come volessero studiarmi.

Scrollai la testa e dissi loro «Avete vinto … mi arrendo».

Rassegnato alla mia sconfitta, abbassai lo sguardo verso il terreno attendendo il colpo di grazia che mi avrebbero inflitto prima o poi. Chiusi gli occhi e aspettai.

Pochi istanti dopo sentii i passi di una di quegli essere che si avvicinavano a me. Aprii gli occhi e vidi i suoi stivali. Lentamente alzai il capo. Quell’essere indossava un abito bianco che arrivava poco sopra il ginocchio, con un cappuccio sul capo. Sembrava uno di quegli antichi monaci che un tempo vivevano sulla Terra. Aveva la pelle molto chiara, sembrava tendente al grigio e quegli occhi, più grandi di quelli degli umani, e scuri come la pece. La bocca era una linea sottile, senza labbra, e il naso poco sporgente.

Rimase immobile davanti a me. Inchinò il capo sulla sinistra e poi sulla destra, come se stesse studiandomi.

«Allora?» chiesi innervosito dal suo atteggiamento «Pensi di uccidermi oppure continui a fissarmi?».

L’essere, mise la mano dentro ad una tasca dell’abito. Tirò fuori un cilindro metallico che teneva chiuso nel suo pugno, poggiando il pollice sull’estremità.

Emise dei suoni dalla bocca che non compresi affatto. Sembravano parole, ma con sole vocali, senza consonanti.

«Avanti!!!» gridai «Cosa aspetti???».

L’essere mi colpì al collo con quel cilindro metallico. Spinse sull’estremità dove teneva il pollice e poco dopo lo estrasse dalla mia pelle. Mi aveva iniettato qualcosa.

Sentii che la testa mi stava girando e che gli occhi, pian piano si stavano chiudendo. Anche il mio corpo stava cedendo, a malapena riuscivo a stare sulle ginocchia. Quella dannata creatura mi aveva drogato. “Che modo ignobile di morire” pensai. Con la poca forza in corpo che mi restava, riuscii a dire «Dann … ato … figl … io … di … putt…». Non terminai mai quella frase.

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